Sabato, Febbraio 04, 2012
   
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Rimini - Folàghe, 25 scatti firmati Carli-Baldassarri

Un viaggio per due. Nella musica e nelle linee della città. Dal monte, dalla prima periferia, sino al mare. Al porto. Alle persone, ai volti. Alla riminesità: un anziano che si appoggia con la bicicletta al murales che raffigura la ‘Pigna’, un ‘Padre nostro’ scritto in dialetto, su cui si stagliano i panni stesi al sole, gli schizzi d’acqua che saltano dai tombini che ‘vigilano’ il Rockisland, un bambino che osserva la rabbia del mare. E poi la neve  di Gianmario – ma non ‘e nevoun – che imbianca la spiaggia. Il suo sguardo sulla quiete della pesca, lo strano gioco del bagnasciuga in inverno, il gelo degli stabilimenti balneari. Rimini. I gabbiani.

Si è aperta sabato 17 aprile (le foto rimarranno attaccate ai muri sino all’8 maggio) alla libreria Interno 4 di Rimini la mostra fotografica “Folàghe”, 25 scatti in b/n che ‘fermano’ una città non solo balneare prodotti da Gianmario Baldassarri e Alessandro Carli: scatti sviluppati che percorrono la strada che dall’ex pastifico Ghigi (SS 72) scende verso il porto.

“Può un brano musicale trasportarti ad una Rimini silenziosa, senza parole, muta? Ma soprattutto è vera una Rimini senza parole? Noi – racconta Gianmario Baldassarri - crediamo di sì, e soprattutto pensiamo che lo credesse anche De André quando ha concluso il suo album Rimini con ‘Fòlaghe’. Musica, nessuna parola, il silenzio di Rimini che parla, o meglio che comunica. Una periferia, il centro, il mare, il porto, tutta Rimini che mostra il suo lato più intenso perché al di la del frastuono che distrae e non fa vedere il suo cuore. La fotografia è questo se lo vogliamo, immagini che parlano senza parole. Momenti riminesi congelati nella purezza del bianco e nero che non ti costringe al frastuono del colore ma ti riporta al cuore dell'istante catturato. Un’avventura fotografica sulle note di De André, venticinque scatti a pellicola, per riportarci all'esperienza della fotografia che non grida ma si tocca”.

Un viaggio nel silenzio delle giornate invernali,a  catturare l’essenziale candore della neve, la spiaggia svuotata dai turisti. Quel che rimane quando le luci del palcoscenico estivo illuminano altri luoghi.

“L’idea di vedere com’è cambiata la città raccontata da FdA – spiega Alessandro Carli - ha avuto una gestazione di circa un anno e mezzo. Nell’estate del 2009, dopo molte serate trascorse assieme a Gianmario, si è deciso di mettere in mostra la voglia - parlare di necessità è forse superfluo - di tracciare una linea immaginaria che dal primo entroterra riminese si snodasse verso il mare. Un esempio su tutti l’ex pastificio Ghigi, lungo la statale 72, segno tangibile di un’archeologia industriale ancora forte nel territorio. ‘Folaghe’ sono quattro occhi – due miei e due di Gianmario – che vogliono indagare i cambiamenti. Il brano ‘Fòlaghe’ - pezzo solo strumentale che chiude l’album di De André - ci ha preso per mano nelle innumerevoli uscite fotografiche. Lì Fabrizio ha voluto sublimare le parole, mettendo in musica una Rimini a fine estate, una Rimini che è già ricordo, assenza di parole, immagini senza più colori. Queste ‘Folaghe’ del 2010 non si distanziano più di tanto da quel ‘cuore’: è Rimini, 30 anni dopo, con gli stessi colori (B/N), indagata, o forse più semplicemente ‘raccontata’, attraverso due macchine fotografiche, una Leica e una Hasselblad, più vecchie di noi”.

La mostra – verso la metà di maggio – approderà all’osteria Angolo Divino di Borgo San Giuliano (Rimini), in parte rivista (qualche scatto verrà tolto, a discapito di altre fotografie, che verranno aggiunte). “Tra gli scatti più belli – scrive Noemi Salis - l’uomo appoggiato sul muro del porto che accompagna la camminata verso il Rockisland, in cui un ‘pezzo’ di Eron (e sono proprio curiosa di sapere quanti di voi erano a conoscenza del fatto che fosse proprio di Eron) rappresenta ‘La Pigna’ di piazza Cavour, in cui gli anziani si poggiano; poi ci sono gli scatti della spiaggia innevata tra cui bellissimo quello dove il mare bacia la neve; ma l’immagine che più mi ha colpito è stata quella scattata al pastificio abbandonato: su un muro appare una carta da gioco, così, per caso, non si sa come ci sia arrivata là”.

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