Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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Lo Scaffale di Paolo Zaghini - Quattordicesimo appuntamento

Ogni lunedì Paolo Zaghini, direttore della Biblioteca Comunale “Giovanni Antonio Battarra” di Coriano, stilerà una propria personale e totalmente soggettiva classifica libraria, sulla base dei propri gusti ed interessi e delle proprie letture.

Per chi volesse inviare suggerimenti o commenti: pzaghini@rimini.com

NARRATIVA

 

NUOVA ENTRATA - Maj Sjowall – Per Wahloo

L’UOMO SUL TETTO

Sellerio

Sono ormai una decina i libri di questi autori svedesi editi dalla Sellerio dal 2005. Di tutti questi ho letto solo quest’ultimo, “L’uomo sul tetto”, e non credo che andrò a leggere gli altri. Fra l’altro è un libro del 1971, e gli anni passati si vedono tutti. Insomma una grande delusione, non all’altezza certo delle recenti traduzioni provenienti dai paesi scandinavi. Una delle caratteristiche del ciclo di Martin Beck, con cui gli scandinavi Maj Sjöwall e Per Wahlöö hanno iniziato il poliziesco procedurale, è che gli attori di questa commedia umana in chiave criminale invecchiano in tempo reale. Per esempio, in questo romanzo, la figlia del commissario, che abbiamo conosciuto bambina alcuni romanzi prima, adesso, è una giovane capace di dare influenti consigli al padre. E’ questo uno degli effetti con cui gli autori intendevano conferire più oggettività alla loro creazione, per uno scopo dichiarato: "Molte persone forse credono che i nostri libri siano dei cosiddetti gialli. Quello a cui in realtà stiamo lavorando è una seria indagine sociologica sulle relazioni dei poliziotti con i loro compagni di società. E lo facciamo insieme perché la materia è tanto vasta e perché non possiamo produrre uno studio corretto se non lo affrontiamo da diversi punti di vista. In questo caso quello dell'uomo e della donna". Eppure a leggere oggi questi "romanzi su un crimine" (così il sottotitolo ricorrente), un senso di pessimismo domina sulla sociologia, un profondo scetticismo sulle ragioni del cosiddetto "ordine pubblico".

 

Michela Murgia

ACCABADORA

 

Einaudi

“Acabar”, in spagnolo, significa finire. E in sardo “accabadora” è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. E’ lei l’ultima madre.

Michela Murgia è nata nel 1972 a Cabras. E’ con “Accabadora” al suo terzo volume. Mi è sembrato un bel libro (detto da uno che non ama molto la narrativa italiana contemporanea), ma quest’opera ha diviso i lettori: ed ho l’impressione che questo sia avvenuto molto di più per il tema trattato (oggi quanto mai di attualità per le implicazioni etiche che comporta e che per le quali l’opinione pubblica, in Italia e nel mondo, si divide) che per motivazioni letterarie. Voglio lasciare questa volta la parola a 2 commenti, contrastanti, trovati in rete:

A favore

Maurizia
Una scrittura vera. Nonostante si respiri un'aria quasi magica. Vera la storia. Veri i personaggi. Vera la Sardegna che racconta. Chi la conosce non potrà che essere d'accordo. Uno dei libri più belli letti di recente.
Voto: 5 / 5

Contro

Luigi
Ahimè, ancora una volta la Sardegna condannata alle brutte figure, a un'immagine di tristezza, di arretratezza culturale e di macabra rassegnazione. Riusciremo mai a scrollarci di dosso questa pesantezza d'animo, questo pessimismo paralizzante, una visione piatta che assimila gli uomini alla natura circostante e che non vede differenze significative tra il destino del bue e del gatto e quello del suo padrone? L' "accabbadora": per carità! ci mancava solo questa per intristire ancor di più una terra già svigorita dal fatalismo e dal ripiegamento.
Voto: 1 / 5

Due le protagoniste di questo romanzo: Maria Listru e Bonaria Urrai. La prima vive in una famiglia indigente dove la mamma, vedova, ha altre figlie da accudire. L’altra, l’accabadora, vive sola, senza marito né figli e teme la sua solitudine. All’età di sei anni, quindi, Maria è ceduta a Tza Bonaria; un fenomeno socio-culturale, questo, molto frequente quando il diritto alla sopravvivenza mitiga i sentimenti di amore materno-filiale. La bambina diventa quindi fill’e anima dell’accabadora che oltre a fare la sarta ha un arcano ruolo, quello di alleviare le sofferenze di chi non può o non vuole più vivere. Una storia ambientata in Sardegna negli anni cinquanta, un libro inquietante che affronta tematiche complesse e attualissime in una scrittura scorrevole e poetica di grande effetto. Pagine dolorose che, con armonia e chiarezza, creano una forza vitale che accompagna il lettore fino alla fine.

Andrea Camilleri

IL NIPOTE DEL NEGUS

Sellerio

Camilleri, dopo una vita in RAI, ottiene il successo letterario nel 1994 a 70 anni con il primo romanzo della saga del Commissario Montalbano. Da allora edita 3 o 4 libri all’anno per Sellerio e Mondadori (questa sì che è produttività!) e non smette nonostante sia arrivato a 85 anni (è nato a Porto Empedocle in provincia di Agrigento nel 1925). E per lo spirito, l’arguzia e la simpatia che domenica scorsa ha dimostrato intervenendo a Che tempo che fa di Fazio, penso che avrà ancora una lunga e produttiva attività di scrittore, nonostante gli infiniti pacchi di sigarette che continua a fumare. Questo libro è uno di quelli che Camilleri intercala alle avventure del Commissario Montalbano, ma sempre ambientato in Sicilia e con un protagonista improbabile, seppur possibile. Un rimescolare  di storia e di fantasia, ma che, come sempre, produce un’opera di piacevole lettura. A metà strada tra cronaca e farsa, Andrea Camilleri torna alle sue ricostruzioni storiche, forse quelle meglio riuscite dopo la serie dedicata al commissario Montalbano, e ambienta il suo ultimo romanzo nella Vigàta del 1929. L'Italia fascista è nel pieno della sua affermazione, il governo ha già assunto i pieni poteri con la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo e l'instaurazione della dittatura, sono appena stati firmati i Patti lateranensi mentre una nuova fase espansionistica interessa la politica estera. Anche l'Italia è alla ricerca di "un posto al sole" in Africa orientale, un interesse che culminerà, nel 1935, con la guerra in Etiopia e la cacciata del re abissino, il Negus Ailé Selassié.
Prima che si compia il progetto coloniale, Mussolini sta cercando di ottenere un dominio africano, bacino di mano d'opera a basso costo, con i mezzi diplomatici. Quale migliore occasione della presenza sul territorio italiano del Principe Grhane Sollassié Mbassa, nipote diretto del Negus? Il ragazzo, un aitante diciannovenne pieno di vita e di entusiasmo, dal 1929 al 1932 studia alla Regia Scuola Mineraria di Vigàta dove si diploma perito minerario. Sono mesi di sconquassi, quelli che vedono il giovane Principe scorrazzare per il paese siciliano. Nonostante tutti gli accorgimenti usati dalle autorità, preoccupate di mantenere cordiali i rapporti diplomatici tra l'Italia e l'Abissinia, il Principe Grhane non riesce a restare neanche un giorno lontano dai guai.


SAGGISTICA

NUOVA ENTRATA - Umberto Eco

VERTIGINE DELLA LISTA

Bompiani

Un tutto esaurito al Teatro Titano di San Marino venerdì 28 maggio per la presentazione di questo libro da parte del suo Autore. Nonostante che questo sia un libro “difficile”, nato dall’esperienza vissuta per un mese a novembre 2009 al Museo Louvre di Parigi nell’organizzare eventi su questo tema. Per un’ora e mezza Eco ha incatenato il pubblico all’ascolto di infinite (e strambe) liste tratte da testi noti e meno noti. E lo ha affascinato quando ha raccontato come gli studiosi abbiano impiegato 80 anni per decidere a quale specie assegnare l’ornitorinco (oggi si è deciso che è un mammifero), uno degli animali più strani e complicati (per il puzzle di pezzi diversi che lo compongono) della Terra. Per chiudere con le oltre 100 pagine della lista delle cose contenute nella cucina di Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce. Ma oggi, ha chiuso la conferenza Eco, la vera ed unica lista in continua espansione è la “rete”, è internet.  Nell'Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L'altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, e enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca; ma ve ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell'indefinito. Come mostra questo libro e l'antologia che esso raccoglie, la storia della letteratura di tutti i tempi è infinitamente ricca di liste, da Esiodo a Joyce, da Ezechiele a Gadda. Sono spesso elenchi stesi per il gusto stesso dell'enumerazione, per la cantabilità dell'elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle cosiddette enumerazioni caotiche. Però con questo libro non si va solo alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, ma si mostra anche come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti, anche quando la rappresentazione sembra severamente limitata dalla cornice del quadro.

aNobii

IL TARLO DELLA LETTURA

A cura di Barbara Sgarzi

Rizzoli

Fareste qualsiasi cosa per i libri? Ne sentite il bisogno così come dell'aria che respirate? Non perdete occasione per leggerli, rileggerli, accarezzarli, blandirli, citarli, consigliarli o, perchè no (quando ci vuole), stroncarli? Li sistemate con affetto, cura e dedizione sugli scaffali della libreria seguendo modalità e criteri che solo voi sapete decifrare? Se è così, siete affetti da una seria patologia: il tarlo della lettura. E questo libro è la cura che fa per voi.
Scritto dai lettori per i lettori (e per chi vorrebbe diventarlo), vi guida tra i titoli di una biblioteca ideale, scelti, raccontati e commentati dai recensori di aNobii, il più grande e famoso social network dedicato agli amanti del libro. Cinquecento godibilissime pagine alla scoperta dei classici della letteratura, bestseller, sorprendenti opere prime, scrittori affermati e autori esordienti, romanzi che ti fanno sognare ad occhi aperti e letture che invitano alla riflessione, riportandoti con i piedi per terra.

aNobii (così chiamato dal nome dell'Anobium punctatum, il "tarlo della carta") è un social network dedicato ai libri e ai lettori: si può tenere traccia dei libri letti e in lettura (il database ha superato ormai i 12 milioni di titoli), esplorare le librerie degli utenti, scambiarsi idee, creare liste dei desideri. E, soprattutto, si possono commentare i libri letti. Questo volume raccoglie il meglio del meglio di aNobii, secondo il rating stabilito dagli utenti stessi. Da Larsson a Pirandello, da Nabokov a Barbery, Palahniuk, Kundera, Faletti, Pennac, Calvino, Rowling, Saviano, Hesse, Eco, Brown, Benni, Hosseini, Ammaniti, Hemingway, Tolkien, Meyer, Coelho: classici senza tempo e bestseller sono qui raccolti in "playlist" e commentati con la competenza di lettori straordinariamente brillanti e la freschezza della totale gratuità. La stroncatura e l'entusiasmo si nutrono della passione autentica di chi i libri li divora.

Riccardo Staglianò

GRAZIE. Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti

Chiarelettere

Staglianò è un giornalista de La Repubblica. Da anni si occupa dei problemi dell’immigrazione (e della poca integrazione) nel nostro Paese.  Le righe di apertura del libro sono la sintesi migliore di ogni discorso sul tema: “Non è un bel periodo per essere immigrati in Italia. Sono i primi a pagare il prezzo della crisi, lasciati a casa da un giorno all’altro senza alcuna formalità. Ma anche quando lavorano guadagnano in media oltre un terzo in meno di noi. Poi sono ossessionati dal permesso di soggiorno […]. L’ideologia più ottusa intossica il discorso pubblico”. Staglianò racconta come interi pezzi dell’economia (e non solo) italiana vivano con il lavoro degli immigrati: badanti, pescatori, muratori, addetti alle pulizie, colf, ambulanti, agricoltori, infermieri, calciatori, prostitute, preti, operai addetti alle mansioni più dure. Parliamo di uomini, in carne e ossa, al di là del colore della pelle. E’ vergognoso l’uso della paura che alcune forze politiche fanno verso queste donne e uomini, quando la verità dei numeri è quella che ha detto (già tempo fa) l’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu: “Soltanto gli immigrati potranno salvarci. Il futuro benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre trecentomila lavoratori stranieri all’anno”. E noi, invece di mettere in atto serie politiche di selezione ed integrazione di queste persone di cui abbiamo bisogno, abbiamo inventato il reato di clandestinità, una delle vergogne legislative italiane. "Provate a depennare questi nomi: Ibrahimovic, Kakà, Milito, Trezeguet, Pato, Mutu, Crespo, Zanetti, Lavezzi... Immaginate che dalla prossima partita nessuno di loro scenda in campo. Sarebbe un disastro. Oggi su 933 calciatori della serie A ben 322 sono stranieri. Un esempio da solo rivelatore. La realtà è che senza gli immigrati (compresi i clandestini) tutta l'Italia andrebbe a rotoli. Quasi il 10 per cento del Pil italiano arriva dagli immigrati, una famiglia su dieci dipende da una badante straniera. Anche la Chiesa, anche gli ospedali. In Trentino, nella Val di Non, le mele le raccolgono i senegalesi, in Veneto i nigerini conciano le pelli per la preparazione dei giubbotti destinati a Hollywood, a Vedelago, nel cuore del leghismo veneto, sono loro ad assicurare il 90 per cento di riciclaggio dei rifiuti. A Reggio Emilia i facchini sono per lo più indiani, in Campania i sikh allevano le bufale, in Sicilia, senza i pescatori tunisini, la flotta di Mazara del Vallo non prenderebbe il mare. E i camionisti? Nel Nordest i due terzi sono albanesi e romeni, nessun italiano è capace di fare i loro turni. E chi terrebbe i nostri vecchi e i nostri bambini? E gli uffici chi li pulirebbe? E il pacco da consegnare? Gli immigrati non vengono a rubarci il lavoro ma a fare i mestieri che noi rifiutiamo. Basta raccontare una giornata di lavoro in Italia per verificare che cosa realmente succede. Da nord a sud."

Simon Sebag Montefiore

IL GIOVANE STALIN

Longanesi

Mentre in queste ore a Mosca sfilano le nuove armate russe sulla Piazza Rossa per celebrare i 65 anni della vittoria sulla Germania nazista, il Presidente Medvedev è costretto a ribadire che la vittoria fu del popolo russo e non di Stalin, che era un cattivissimo personaggio. Il tutto perché in Russia ci sono ancora tanti nostalgici della grande Unione Sovietica il cui capo indiscusso fu Stalin, e Putin non gradisce affatto questi imbarazzanti paragoni storici. Detto ciò i libri su Stalin continuano ad uscire copiosi in tutto il  mondo. Ultimo questo del giornalista e storico inglese Simon Sebag Montefiore, che per dieci anni ha ripercorso i luoghi della giovinezza del dittatore georgiano, interrogato i discendenti, consultato documenti e diari finora tenuti segreti di protagonisti e comprimari. L’Autore riesce a darci un quadro vivo, quasi pignolo direi, del percorso di formazione del giovane Stalin, dalla sua nascita nel 1878 sino al 1917, anno della rivoluzione vittoriosa guidata da Lenin. Una recensione del giornale inglese The Observer scrive: “Può la vita di un dittatore sanguinario, di un mostro, di un omicida di massa essere narrata in maniera così affascinante?”. Quali eventi fecero del giovane Josif, figlio di Beso il Matto, calzolaio, il potente e temuto Stalin, l'"uomo d'acciaio" che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del Novecento e per un trentennio ha tenuto in pugno i destini di milioni di uomini? Nato alla periferia dell'Impero zarista, in una famiglia georgiana povera e tenuta insieme dalla determinazione della madre Keke, Stalin è uno studente dotato ma ribelle. Leader naturale, carismatico seduttore, sogna un futuro da cavaliere e cantore della propria terra, ma segue i consigli materni ed entra in seminario. La sua vera vocazione è però quella del rivoluzionario. Vi si applica con un talento privo di remore morali, rivelandosi capobanda e cospiratore fuori del comune, impegnato in un'attività frenetica di espropri, rapine, omicidi mirati e attentati compiuti per finanziare il nascente partito bolscevico. La svolta dell'ottobre 1917 lo vedrà al fianco di Lenin come uomo d'azione di spietata efficacia, che farà tacere ogni dissenso. Prevarrà poi su Trockij e gli altri avversari interni, portando ai vertici del potere i compagni di lotta degli anni giovanili.


SCAFFALE LOCALE


NUOVA ENTRATA - Centro Studi Malatestiani - Rimini

21: LA SIGNORIA DI GIACOMO MALATESTI (1566-1600)

A cura di Anna Falcioni. Presentazione di Paolo Prodi

Ghigi

“La storia delle Signorie dei Malatesti”, curata dal Centro Studi Malatestiani di Rimini, è arrivata con questo volume alla ventunesima uscita (ma i tomi editi sono 23). Secondo il piano dell’opera mancano ancora due volumi alla sua conclusione. Una opera monumentale, iniziata nel 1998, dedicata ai Malatesta o più correttamente Malatesti, signori di Verucchio, la famiglia che dominò la Romagna, in particolar modo Rimini e la sua provincia dal 1295 al 1528 e che, nel periodo di massima influenza, estese i propri domini fino ai castelli settentrionali di San Marino, la provincia di Pesaro e parte di quelle di Ancona, di Forlì e di Ravenna. Opera costruita con tenacia e costanza (e grandi sacrifici economici) dall’editore riminese Bruno Ghigi, e curata con grande competenza dalla prof.ssa Anna Falcioni, docente di “Antichità e istituzioni medievali” all’Università di Urbino.

Questo XXI volume è dedicato a Giacomo Malatesti (1566-1600) marchese di Roncofreddo e conte di Montiano. Scrive nella presentazione Paolo Prodi:  “storia esemplare della disgregazione del mondo cavalleresco e feudale italiano”, “vengono colte nelle ultime vicende di questo ramo della grande famiglia, nella seconda metà del Cinquecento e nei primi anni del Seicento, i segni della fine, non solo personale e familiare, ma di un intero sistema di potere e di clientele; si tratta di una storia di decadenza, dolorosa ma affascinante come un tramonto”. Giorgio Bolognesi ricostruisce le vicende politiche e militari di Giacomo, mentre Gian Paolo Giuseppe Scharf, attraverso l’esame di un centinaio di lettere inviate da Giacomo a due duchi d’Urbino, Guidobaldo e Francesco II della Rovere, fra il 1559 e il 1599 (e conservate nell’Archivio di Stato di Firenze), ci consegna spaccati di vita aristocratica e dei difficili rapporti con la Roma curiale dell’epoca.

 

Andrea Donati – Gian Lodovico Masetti Zannini

SANTA MARIA DI SCOLCA ABBAZIA OLIVETANA DI RIMINI. Fonti e documenti

Badia di Santa Maria del Monte di Cesena

La penna del Vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, presenta con splendida sintesi il volume edito nella prestigiosa collana “Italia Benedettina. Studi e documenti di storia monastica”: gli Autori “hanno tratto ‘dal oscuro dell’antichità fra la mischia di moltissime carte’ la presenza dei Monaci Olivetani in Rimini, dalla loro venuta per invito di Carlo Malatesta nel 1421 alle soppressioni napoleoniche del 1797. La Congregazione Olivetana si era costituita un secolo prima attorno alla forma di vita del Beato Bernardo de’ Tolomei e dei compagni fondatori. La loro presenza in Rimini fu significativa non solo per la santità della esperienza monastica, ma anche per l’influenza nella vita culturale della città, ancorchè il monastero fosse collocato fuori città, sul colle di Covignano”. Dal 1805, per tutti i riminesi, l’antica abbazia divenne poi la Chiesa di San Fortunato e qui recentemente è stato trasferito il Seminario diocesano (con la sua preziosa biblioteca) ed il 25 ottobre 2008 è stato inaugurato il Museo di Scolca.

Il volume contiene anche la trascrizione dell’opera di Gaspare Rasi “Racconto istorico” del 1630 con il quale egli racconta la storia dell’Abbazia “desunta dai documenti d’archivio”. Una storia documentata lunga 2 secoli, dalla data di fondazione dell’Abbazia.

Tiziano Arlotti-Giuliano Ghirardelli-Mario Pasquinelli

FALCE, MARTELLO E LASAGNE. Il turismo romagnolo dal dopoguerra a oggi

Introduzione di Giovannino Montanari

Panozzo

Mah, alla fine della lettura sono decisamente perplesso. Conosco bene tutti gli autori del volume, e sinceramente mi aspettavo (tradito in questo dal titolo) qualcosa di diverso da quello che ho letto. Piacevolissime le pagine di Tiziano Arlotti da S. Ermete che ci ripropone ancora una volta le vicende del Bar Casale e dei suoi “birri”, ormai diventate un pezzo di storia della Riviera; simpatici i ricordi, propri e di altri, di Mario Pasquinelli fra Borgo e Barafonda, con qualche incursione a Marina Centro: Elio Tosi e la storia dell’Embassy sono una bella pagina di ricordi. Ma entrambi gli autori tradiscono il titolo: sono le vicende degli anni dal ’50 al ’70 quelle raccontate. Gli anni d’oro, i più belli della nostra Città, come dicono loro. Degli anni dopo, dell’oggi, c’è ben poco. E ho capito molto meno l’intervento di Giuliano Ghirardelli, tra il serio e il faceto, con qualche sassolino da togliersi con quei “soliti comunisti” che di turismo hanno sempre capito poco, nonostante che… Insomma, più che “il turismo romagnolo dal dopoguerra a oggi”, che lascia quasi intendere che sia un libro di storia economica e sociale del turismo riminese, è un lungo racconto sulle patacate e le avventure di birri e vitelloni, tra Fellini e Ceccaroni. Il nostro turismo è stato certamente anche questo, ma forse anche tanto altro che in questo libro certamente non c’è.

Dice il colophon, nella pagina finale del volume: “Una guida, anche divertente, alla nostra storia più importante: quella dell’industria dell’ospitalità in Romagna, dal dopoguerra ai nostri giorni.

Personaggi, episodi, operatori ed ospiti, di un’epopea unica nel suo genere.

Sotto il titolo “Falce, martello e lasagne” sono stati raccolti episodi divertenti e significativi della nostra storia, della vicenda del turismo romagnolo dal dopoguerra ad oggi, senza trascurare o tralasciare nulla: dalla politica all’emancipazione del costume sessuale, dallo sviluppo caotico alle mille peripezie umane, ai mille episodi incredibili… Una Romagna che irride se stessa, i suoi vizi, attraverso una serie di racconti decisamente espliciti”.


 

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