Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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Lo Scaffale di Paolo Zaghini - 18° ed ultimo appuntamento

Paolo Zaghini, direttore della Biblioteca Comunale di Coriano, stila una propria personale e totalmente soggettiva classifica libraria, sulla base dei propri gusti ed interessi e delle proprie letture. Questo è l'ultimo appuntamento estivo n attesa della probabile ripresa in autunno.

Per chi volesse inviare suggerimenti o commenti: pzaghini@rimini.com

 

NARRATIVA

 

NUOVA ENTRATA - Luigi (Gino) Pagliarani

AMORE SENZA VOCABOLARIO

 

Guerini e Associati

Gino fa parte di quel gruppo di giovani intellettuali che finita la guerra (avendo spesso pagato anche un caro prezzo personale) prendono in mano le redini politico amministrative di Rimini e incominciano a costruire la nuova Città in mezzo alle macerie causate dagli infiniti bombardamenti. Impegnandosi direttamente (Gino, poco più che ventenne, sarà il primo Presidente della rinata Azienda di Soggiorno), ma anche costruendo idee e progetti innovativi, di rottura con il passato del ventennio fascista ma spesso anche contrapponendosi ai vecchi quadri dell’antifascismo clandestino e resistenziale. Comunisti sì, ma per scelta culturale più che di classe. Per tutto quello che il PCI di nuovo allora rappresentava nella società italiana che stava uscendo dalla guerra.

Il prossimo 9 ottobre, presso la Sala del Giudizio del Museo, a cura di Università aperta assieme all’Istituto Storico della Resistenza, all’Istituto Gramsci, alla Fondazione Margherita Zoebeli, alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Bologna, si terrà un convegno a Lui dedicato dal titolo: “Violenza e bellezza: il conflitto negli individui e nella società. Vita e pensiero di Luigi (Gino) Pagliarani”. Saranno ricordati i suoi anni giovanili, e poi il lungo e fecondo percorso di grande psicanalista italiano.

Nato a Rimini nel 1922, si laureò in filosofia all’Università di Bologna nel 1948. Formatore ed ex presidente di ARIELE (l’associazione italiana di psicosocioanalisti e formatori). E’ morto a Sorengo (Comune del Canton Ticino in Svizzera) il 17 marzo 2001.

Dalla vocazione politica di sinistra (insorta fin dal 1941 e che lo portò ospite del carcere fascista nel 1943), coniugata con l’interesse delle scienze umane – dopo una fecondante esperienza nei lager nazisti – è approdato alla psicologia sociale. In questo campo sviluppatosi poi come psico–socio–analisi e con la creazione dell’unica scuola italiana della disciplina, ha attuato interventi, corsi, seminari in varie università, centri di formazione nonché in aziende ed istituzioni pubbliche e private.

"Frugando tra le carte d'archivio ho ritrovato, con sorridente commozione, i fogli ingialliti dei racconti scritti dopo il mio rientro dalla Germania. Eravamo nel 1945. Mezzo secolo fa! ". Così Pagliarani introduce la pubblicazione di questi “Racconti del Lager”, scritti per "dare una qualche rappresentazione a quelli di casa sulla vita di noialtri, brutalmente deportati in terra tedesca". Gino lasciò Rimini il 20 luglio 1943, pochi giorni prima della caduta di Mussolini, per svolgere il servizio militare a Padova. Dopo l’8 settembre divenne uno fra il milione di militari italiani prigionieri in Germania, degli I.M.I., dei soldati “traditori” secondo i tedeschi. Rimase prigioniero sino alla fine della guerra, internato a patire fame e freddo. Tornò a Rimini solo il 17 agosto 1945. Chi legge sorride e si commuove a sua volta, preso da una scrittura leggera che stempera nell'ironia la tragicità degli avvenimenti. L'intento dell'autore, tuttavia, va oltre il piacere della narrazione: "chissà che la stampa di queste pagine non aiuti, quasi come il fazzoletto con cui puliamo le lenti appannate, a vedere lucidamente l'orrenda stupidità della guerra, incapace di risolvere i conflitti che ci dilaniano". E conclude: "Sì, la pace è difficile. Paradossalmente non è per niente pacifica, e richiede tutta l'intelligenza che abbiamo. Persino di più".

 

Josè Saramago

IL VANGELO SECONDO GESU’

Bompiani

Il 18 giugno a 88 anni è morto lo scrittore portoghese Josè Saramago, “uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione” (Harold Bloom su Saramago, “Il genio”, BUR, 2003). Premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Le sue posizioni sulla religione (da ateo convinto) hanno sempre suscitato notevoli controversie in Patria. Dopo la pubblicazione del “Vangelo secondo Gesù” nel 1991, le aspre critiche rivoltegli lo indussero a lasciare il paese per vivere alle Canarie. Di nuovo, con l'uscita del suo ultimo romanzo “Caino”, nel 2009, Saramago si trovò a polemizzare con la chiesa portoghese, criticando la Bibbia, poiché descrive un Dio «vendicativo, rancoroso, cattivo, indegno di fiducia».

Occorre anche dire che il portavoce Vaticano, in occasione della sua morte, non è stato certamente tenero nei suoi confronti: un peccato, sarebbe stato meglio se avesse taciuto, anche perché Saramago purtroppo non potrà più rispondere.

Molto bello invece l’articolo commemorativo dell’amico Roberto Saviano su Repubblica il 19 giugno “Il mio amico Josè”: “Avevo conosciuto Saramago per la prima volta come tutti, leggendolo. Il Vangelo secondo Gesù era il suo libro che mi aveva cambiato, trasformando il modo di sentire le cose. Quel Gesù uomo, che sbaglia, ama, arranca, cerca di essere felice, mi era sembrato essere un personaggio del tutto nuovo nella storia della letteratura. Era una sintesi dei vangeli apocrifi, dei vangeli ufficiali, dei racconti pagani e delle leggende materialiste sul Cristo socialista. Era il Gesù dell´amore carnale verso Maria Maddalena. Su questo Saramago ha scritto parole incantevoli come solo il Cantico dei Cantici era riuscito a creare: «Guarderò la tua ombra se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose "Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi"». E´ un Gesù umano che non vuole morire: è il contrario della santità, è uomo con i suoi errori, peccati, talenti e con il suo coraggio. Sembra dire al lettore che basta esser fedeli a se stessi per conoscere la vita e non diventare dei servi, o degli schiavi. «Allora Gesù capì di essere stato portato all´inganno come si conduce l´agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte, fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto». Proprio così: il Gesù di Saramago rivolgendosi all´uomo chiede di perdonare Dio, ribaltando la versione evangelica del "Padre perdona loro".

Il Gesù Cristo di Saramago, da alcuni cristiani ortodossi ritenuto blasfemo, è un carattere fortemente spirituale, ma in tutto e per tutto umano, che incarna i dubbi e le sofferenze propri della condizione universale di uomo. Il figlio di Dio, dalla nascita a Betlemme alla morte sul Golgota, affronta le medesime esperienze descritte nel Vangelo, qui però narrate secondo una prospettiva terrena, con spirito critico e senso logico. In questa storia non c'è fede nei miracoli, bensì coscienza di trovarsi in balìa della volontà di potenza di un Dio padre distante e indifferente al dolore che provoca. La serie di disgrazie, stragi e morti che costellano l'esistenza di Gesù, fino al non cercato e non accettato compimento del destino di vittima sacrificale, diventa così un'occasione per riflettere sulla contrapposizione tra bene e male, sulla problematicità di fare il giusto tramite l'ingiusto, sull'imperscrutabilità del senso della vita umana e sulla sconcertante ambiguità della natura divina.

A differenza dei vangeli che conosciamo, quello di Saramago svela sentimenti e intimità del personaggio, in una dimensione umana e a noi vicina. Gesù nasce da donna e dunque reca in sé debolezza, amore, sensualità. Gesù è un bambino scapestrato, un fanciullo della sua età, e un adolescente insicuro come tutti gli altri. Tuttavia, egli è anche creatura divina, generata da Dio, e in quanto tale subisce tutto il mistero e lo sconcerto di una lontananza incolmabile. Gesù vaga, vive nel deserto, apprende l'arte dei pastori, abbandona la famiglia e impara dal "Nemico di Dio" a crescere conoscendo il significato del dolore, della rinuncia, della sofferenza.

Cormac McCarthy

LA STRADA

Einaudi

“La strada”, romanzo con il quale McCarthy ha vinto il Premio Pulitzer nel 2007, potrebbe essere quasi catalogato come un'opera di fantascienza, ben piantata nella solida tradizione del filone catastrofico-apocalittico, se non fosse anche il romanzo di McCarthy più intenso, visionario e definitivo, oltre che uno dei più belli e struggenti che il nuovo secolo ci abbia, per ora, offerto. Un romanzo enigmatico, misterioso, che da una parte spinge il lettore a cercare una chiave che ne risolva il segreto, dall'altra resta refrattario a ogni tentativo di decifrarlo. Impenetrabile, altero, struggente. Il film, per la regia di John Hillcoat, uscito nelle sale italiane a fine maggio, non tradisce lo spirito e la lettera del libro. L’attore Viggo Mortensen, il padre, offre una ottima interpretazione del personaggio di McCarthy: ma The Road “non è più il vecchio sogno di Kerouac, è semmai l’incubo della nostra stagione infelice” (Antonio Gnoli su La Repubblica del 26 maggio 2010).

Un padre e un figlio, senza nome, senza niente che non sia il legame indissolubile che li unisce. Non esiste più nient'altro: non esiste più il mondo, la storia, il tempo, la civiltà, non esistono più le città, le case, le famiglie, non esiste più neanche il cielo – perennemente oscurato, plumbeo "come l'inizio di un freddo glaucoma che offusca il mondo". Esiste solo la strada lungo cui spingono i loro scarsi averi – qualche coperta, il poco cibo in scatola rimasto – dentro il carrello arrugginito di un supermercato. Si spostano verso sud, verso il mare, dal cuore dell'America al Golfo del Messico, in cerca della speranza di un po' di calore, di luce. Ma ciò che gli si apre di fronte è un oceano vasto e freddo che ha "la desolazione di un qualche mare alieno che bagna le coste di un pianeta sconosciuto. Più a largo, sulle secche create dalla marea, una nave cisterna arenata". Nel nuovo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, un non meglio specificato disastro planetario – probabilmente una guerra nucleare, o un meteorite scagliato dall'alto dei cieli – ha posto fine alla vita sulla terra: ogni forma di vita, animale o vegetale, è stata spazzata via, i pochi sopravvissuti non hanno più nulla di umano e attraversano quest'immensa terra desolata in cerca di cibo come morti che camminano. E poco importa se il "cibo" è un altro essere umano: il cannibalismo è solo uno dei tanti orrori che la fantasia scatenata di McCarthy ci offre, quasi non ci fosse un fondo all'abisso, ma solo nuove parole per declinare un infinito catalogo di sofferenze. La catastrofe ha rivelato lo scheletro – come se a un'esplosione sopravvivessero solo le ossa bianche e scarnificate – della società, se non della natura, secondo McCarthy: una brutale lotta per la sopraffazione reciproca, in cui gli esseri umani sono nettamente divisi tra carnefici e vittime, tra cannibali e prede. Sono passati dieci anni da quella catastrofe: padre e figlio sono riusciti a sopravvivere fino adesso, ma non resisteranno un altro inverno. Il romanzo è il racconto del dolente e disperato pellegrinaggio verso il mare, delle difficoltà e degli incontri che accadono loro lungo la via, solo ogni tanto intervallati dai ricordi e dai sogni dell'uomo (soprattutto sulla moglie – la madre del bimbo – che decide di uccidersi piuttosto che sopportare ulteriormente tale inferno).



SAGGISTICA

NUOVA ENTRATA - Sergio Zavoli

ROVESCIARE L’ANIMA DEL MONDO. QUESTIONE E PROFEZIA

 

Città Nuova

Sergio Zavoli, al di là questo e altri recenti volumi di intensa spiritualità, sta raccontando in una serie di incontri pubblici, con tanta gente, la storia di Rimini e dei suoi protagonisti dal dopoguerra ad oggi. Lo ha fatto recentemente in una serata indimenticabile parlando del compositore e musicista Carlo Alberto Rossi (all’interno del Festival del Jazz), lo farà il prossimo 18 settembre quando presenterà il volume, a 2 anni dalla morte, dedicato a Liliano Faenza voluto dall’Istituto Storico della Resistenza e curato da Oriana Maroni. Per questo volume Zavoli ha scritto un bellissimo pezzo, dedicato sì a Faenza, ma in realtà nel ricordo di tutti quei giovani (molti oggi scomparsi) che nel dopoguerra, poco più che ventenni, avviarono la ricostruzione di Rimini e poi si sparsero per l’Italia: lo stesso Zavoli, Guido Nozzoli, Gino Pagliarani, Renato  Zangheri ma anche Federico Fellini, Tonino Guerra e Raffaello Baldini. Liliano Faenza no: per Lui il mondo era Rimini e qui Lui si accucciò, osservando, studiando e scrivendo saggi che pur parlando della “provincia”, di provinciale nulla avevano.

L'autore in questo volume offre una riflessione che vuole essere uno stimolo e un contributo alla ricerca personale di ciascuno attorno alla "questione" delle questioni: la fede e la speranza dell'uomo. Frutto di un percorso che si è nutrito nel corso di anni di letture, incontri e confronti con filosofi, storici, testimoni e intellettuali del nostro o di ogni tempo, il volume vuole essere un invito a guardare al Vangelo come fonte di una speranza nuova sul futuro. Una riflessione che lascia trasparire l'intensa e variegata attività intellettuale di Sergio Zavoli, espressione di un molteplice e instancabile impegno civile.

 

Eugenio Scalfari

PER L’ALTO MARE PERTO

Einaudi

Può piacere, oppure no, ma il mondo laico e razionale di Scalfari coinvolge e mobilita le coscienze contro le “invasioni barbariche” che abbruttiscono il mondo e la qualità della vita dei cittadini. In particolare contro i politici incapaci di svolgere con dignità e dirittura morale il loro alto compito a cui gli elettori li hanno chiamati. Che abbia in testa in questa sua invettiva un Presidente del Consiglio che si chiama Silvio Berlusconi?

"Questo libro è la rivisitazione della modernità, da Montaigne e Cervantes fino a Leopardi e a Nietzsche, Descartes, Kant e Hegel, e ancora Tolstoj, Proust, Kafka e Joyce. Un'epoca durata quattro secoli, mai simile a se stessa, sempre in cerca di sperimentare il nuovo, di allargare il respiro delle generazioni, di modificare l'identità senza smarrire la memoria". Così Eugenio Scalfari riassume, nell'epilogo che chiude il libro, il suo viaggio attraverso la modernità, che tocca, con un approccio stilistico che sta tra l'analisi e il racconto, le varie fasi dei tempi moderni, dall'Illuminismo al Romanticismo, dalle avanguardie al nichilismo, dalla razionalità allo scatenarsi delle emozioni e degli istinti. "La modernità - scrive Scalfari - è stata sconfitta da una sorta di invasione barbarica, ma la storia non finisce, un'altra epoca nascerà come è sempre avvenuto finché l'homo sapiens riuscirà a guardare il ciclo stellato e a cercare dentro di sé la legge morale. A me questo viaggio dentro l'epoca è sembrato un sabbah, non di diavoli e di streghe, ma di anime e di stelle danzanti".

Chi ha letto e seguito Eugenio Scalfari nel suo lungo percorso attraverso gli ultimi sessant’anni della storia d’Italia, dagli esordi per Il Mondo di Pannunzio all’ultimo saggio, L’uomo che non credeva in Dio, non resterà sorpreso da questa nuova fatica del grande giornalista italiano. Il libro appena dato alle stampe sembra essere il compimento di un’avventura umana e professionale intrisa di grande coerenza intellettuale e morale. Esiste un fil rouge che lega il giovane deputato socialista del ‘68 all’autore (con Giuseppe Turani) del fortunato Razza padrona del ’74, il cofondatore del Partito Radicale nel ’55 al creatore del quotidiano La Repubblica (1976), da lui poi diretto per vent’anni, fino ai saggi di oggi, sempre molto apprezzati dal grande pubblico. Quel filo rosso che tiene insieme la vita e il pensiero di Scalfari è la modernità, intesa come concezione della vita, come linguaggio e stile di scrittura, come un modo di pensare basato sull’autonomia della coscienza e la consapevolezza di se stessi. Questo libro è proprio un viaggio, per l’alto mare aperto, nel quale Scalfari, novello Odisseo, si fa accompagnare da Denis Diderot, scelto come suo Virgilio, per raccontare quattro secoli di modernità, da Montaigne a Nietzsche.

 

Veronica Federico

SUDAFRICA

Il Mulino

Da una settimana è iniziato il Campionato del Mondo di Calcio 2010 negli stadi sudafricani. Il primo in Africa, testimonianza anche questa della crescita economica e politica di questo grande paese africano. Gli scaffali delle nostre libreria sono state invase in questi ultimi mesi da una marea di pubblicazioni dedicate al Sudafrica, ma sinceramente ben poche mi sono sembrate degne di un qualche valore storico e culturale per capire la rapida evoluzione di questo Paese, dall’apartheid ai Campionati del Mondo di Calcio. Quest’opera invece di Veronica Federico, uscita nella collana de Il Mulino “Si governano così”, riesce a darci una rapida sintesi dell’evoluzione politica-amministrativa del Paese, in modo tale che riusciamo a capire e a collocare anche le motivazioni di fondo dei perché di questo grande evento sportivo mondiale in Sudafrica.

II 27 aprile 1994 si tennero in Sudafrica le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le razze, in cui venne eletto presidente il capo dell'Anc Nelson Mandela. Protagonista di uno dei più importanti processi di transizione democratica, da allora il Sudafrica non ha fatto che accrescere il proprio ruolo internazionale, partecipando a operazioni di mediazione e di peace-keeping sul continente africano, divenendo membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ottobre 2006-fine 2008), e portavoce dei Paesi del Sud del mondo alle riunioni dei G8. Ma l'interesse per la realtà sudafricana riposa nella sua storia di paese colonizzato, nei decenni di lotta contro l'apartheid che tante coscienze occidentali ha mobilitato, nell'eccezionalità della transizione alla democrazia. Il volume illustra il quadro politico-costituzionale, il panorama socio-economico, i risultati ottenuti, le zone di ombra e le sfide di un paese multi-religioso, multi-linguistico, multi-nazionale.


SCAFFALE LOCALE

 

NUOVA ENTRATA - LE CARTE DEL MONASTERO DI S. GREGORIO IN CONCA DI MORCIANO

Vol. I (1014-1301)

A cura di Emiliano Bianchi

 

Edizioni del Girasole

Un volume di 430 pagine per riprodurre 226 documenti che “non saranno utilizzati per affrontare le mille questioni che essi contribuiscono a sollevare e talora a risolvere circa la storia religiosa, politica, economica e sociale di Morciano e del suo territorio nei secoli centrali del Medioevo”. Questo nell’introduzione di Nicolangelo D’Acuto, docente di Storia Medievale all’Università Cattolica di Milano: e purtroppo debbo dire che la promessa viene mantenuta. Centinaia di pagine in latino, con un breve regesto (o riassunto) del contenuto dei documenti, ma senza alcun inquadramento storico o spiegazione di che cosa essi raccontino, tanto più difficili da comprendere considerato il fatto che sono quasi tutti documenti notarili di affitti o vendite. E’ vero che si dichiara che il volume è per addetti ai lavori, ma anche per gli esperti sarebbe stato gradito un quadro generale. E magari, in maniera più visibile (non solo una piccola sigla in testa ad ogni riproduzione di documento) dei luoghi dove questi sono conservati: Archivio di Stato di Rimini, Biblioteca Gambalunga, Archivio di Stato Sammarinese. E poi perché il volume porta il n. 1, senza alcuna spiegazione di un eventuale piano generale dell’opera che dica che cosa verrà dopo?

Mi dispiacciono queste annotazioni critiche per un volume che parla “dell’abbazia di San Gregorio in Conca (sita presso il fiume, nel luogo denominato Fontana Vecchia), il grande ente monastico fondato da Pier Damiani nel 1060, che tanto peso ha avuto” nelle vicende di Morciano e della Vallata del Conca (citazione ripresa dal volume di Oreste Delucca “Morciano nel Medioevo”, Panozzo). Pier Damiani (1007-1072), teologo e vescovo romagnolo, fu grande riformatore e moralizzatore della Chiesa del suo tempo. Fondò, o comunque riorganizzò, all'interno della famiglia monastica di Fonte Avellana, diversi eremi e monasteri

Sulla storia di San Gregorio in Conca numerosi sono gli Autori che hanno scritto: da Luigi Tonini a Giuseppe Rabotti, da Currado Curradi a Maria Lucia De Nicolò,  da Fabio Vasini sino ad Oreste Delucca. E’ una storia importante che si evince anche dai 226 documenti riprodotti che “riflettono la gamma assai diversificata delle relazioni che il cenobio intrattenne con la società e con le sue istituzioni e conservano la memoria più remota delle realtà insediative, dei toponimi e delle famiglie di un’area assai ampia della Romagna”. E dunque, a costo di ripetermi, tanto più sarebbe stato necessario un saggio critico di guida alla lettura di questi documenti e del contesto storico in cui sono stati redatti.

 

Elia Gallavotti

GIORNALE DI NOTIZIE RISGUARDANTI SANTARCANGELO DI ROMAGNA

1700-1905

A cura di Silvano Beretta

Il Ponte Vecchio

Grazie al paziente e prezioso lavoro del vecchio direttore, oggi in pensione, della Biblioteca Comunale Santarcangiolese Silvano Beretta, sono stati trascritti otto volumi di diari più un volume di memorie con le biografie di uomini illustri presenti alla Sezione Piancastelli della Biblioteca Saffi di Forlì, dell’impiegato comunale, addetto al protocollo, Elia Gallavotti (1820-1909). Ne è venuto fuori un libro di oltre 800 pagine. Personaggio quanto mai eclettico e poliedrico nelle sue numerose attività: “liberale laico, anticlericale senza eccessi, con forte accento sociale; gran cacciatore ma anche cultore della tassidermia”; “membro di quella classe dirigente uscita dal Risorgimento, filantropa e dedita al bene comune, che si sentirà portatrice del valore dell’unità”: così lo descrive lo storico Dino Mengozzi nella presentazione.

I Diari sono un resoconto della vita cittadina santarcangiolese dal 1705 al 1905. La cronaca dettagliata riguarda buona parte dell’800, ma si estende anche ai periodi antecedenti, in quanto Gallavotti, oltre che protocollista e segretario comunale, fu anche archivista, per cui potè largamente attingere ai documenti storici del Comune. Il Giornale fotografa la realtà locale, i suoi monumenti, le fiere, gli spettacoli teatrali e sportivi, ma anche le vicende politiche risorgimentali, nazionali ed estere, come la partecipazione di cittadini alle lotte per la libertà della Grecia contro l'occupazione turca. Tanti sono pertanto i protagonisti dei Diari: i lavoratori delle varie professioni, compresi gli antichi mestieri ormai scomparsi, la povertà e la grande miseria di tanti cittadini, i catastrofici eventi naturali e le epidemie, le numerose vicende giudiziarie, legate soprattutto alle lotte politiche e sociali.

Una fonte dunque inesauribile di notizie, grandi e piccole, questo volume pubblicato nella collana di “Studi Santarcangiolesi” curata dal direttore della Biblioteca Comunale “Baldini” Pier Angelo Fontana. Collana  che intende, nel corso del tempo, rieditare le opere storiografiche più importanti per la ricostruzione delle vicende di Santarcangelo.

 

Marino Moretti

IL TRONO DEI POVERI

Romanzo di San Marino

Ente Cassa di Faetano

Marino Moretti nacque a Cesenatico nel 1885, e qui morì nel 1979. Autore di una prolifica produzione letteraria, in versi e in prosa, la sua attività si svolse tra Firenze e Cesenatico. Nel 1923 iniziò la sua collaborazione alla terza pagina de Il Corriere della Sera, che manterrà per oltre trenta anni. Tra il 1926 e il 1927 uscì a puntate sul “Secolo XX” il romanzo “Il trono dei poveri. Romanzo di San Marino” (oggi riedito, per il trentennale della morte, dall’Ente Cassa di Faetano, in collaborazione con la Biblioteca di Stato di San Marino, in un prezioso cofanetto che contiene anche una raccolta di saggi “Per una storia dell’autore e del romanzo”). Protagonista del romanzo è Marino Fogliani, giovane albino appartenente ad una antica e agiata famiglia sammarinese. L’uscita del romanzo poi in volume, all’inizio del 1928 per i tipi della Treves, provocò reazioni feroci da parte dell’establishment sammarinese. Il segretario agli esteri Giuliano Gozi (la cui famiglia controllava il Partito Fascista sammarinese – il fratello Manlio ne era il Segretario - che dal 1926 governava in maniera autoritaria la piccola Repubblica) in un discorso pubblico del 31 marzo 1928 decretò la condanna del romanzo. Fra il maggio e il novembre 1928 su “Il Popolo Sammarinese”, organo di stampa del Partito Fascista, comparvero numerosi articoli contro Moretti e il suo romanzo. Lo scrittore di Cesenatico “venne accusato di aver gettato la Repubblica nel ridicolo, di essere stato ingiurioso e di aver rappresentato il carattere del sammarinese in maniera “infedele”; che San Marino venisse rappresentato da un antieroe era cosa inaccettabile: piuttosto che albino, Fogliani avrebbe dovuto essere montanaro”, cioè mascolino. “Neppure era accettabile che divenisse simbolo di un pacifismo ritenuto imbelle”. Si criticava inoltre Moretti per la sua adesione nel maggio 1925 al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e si lapidavano verbalmente i pochi sammarinesi, tra cui il leader socialista antifascista Pietro Franciosi, che invece avevano sottolineato i pregi dell’opera. La polemica cessò solo nel 1929, ma intanto Moretti era stato bandito dal territorio sammarinese e gli venne vietato l’ingresso in Repubblica.

Moretti tornò a San Marino solo il 9 novembre 1958 per ritirare il Premio la “Caveja d’oro”, riservato ai romagnoli illustri, promosso dalla Repubblica di San Marino e da Il Resto del Carlino. A trent’anni di distanza dalla furiosa polemica, quasi un doveroso riconoscimento a chi, “pur celebrandola, aveva ricevuto in cambio solo veleni e malignità” come scrive Laura Rossi, direttrice della Biblioteca Sammarinese.

 

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