Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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I nostri lettori artisti: Daniela Muratori, racconti erotici

Daniela Muratori se la cava piuttosto bene con la scrittura. Impegnata quotidianamente in un lavoro d'ufficio, lasciati alle spalle scaffali e scartoffie esprime le proprie attitudini letterarie grazie ad una capacità narrativa fluente e molto coinvolgente. E' la prima a raccogliere l'invito di quiriviera.com e a proporre in pubblicazione alcuni suoi racconti. Racconti erotici che legano gli apetti di vita quotidiana ai sogni... Il risultato è davvero buono. A voi, cari lettori, il giudizio finale.

Alici marinate (da "Come è profondo il mare")

Tra i carrelli e le casse, in mezzo al via vai dei clienti e delle borse della spesa, appeso su un piccolo pezzo di muro tra le vetrate dell’ingresso, risalta il telefono. E lì, tutta accartocciata sul ricevitore, con una mano stretta sulla cornetta e l’altra al proprio petto, in una sorta di abbraccio compresso, se ne sta una figura familiare: la pescivendola.

Dovunque sia, si capisce subito che quella del banco del pesce è lei. Inevitabilmente la riconosci dai suoi stivaloni di gomma neri, il grembiulone bianco legato stretto alla vita e per quell’inconfondibile candido cappello tutto attorcigliato a una criniera di capelli ondulati che contornano quel suo viso ostico, ombroso, cupo, poche volte sorridente.

Insomma, da circa un anno, nel supermercato dove io di solito vado a fare la spesa, c’è una pescivendola che mi serve il pesce con gesti secchi e risoluti. Ma non posso negarlo, la ragione per cui io al supermercato vado a fare la spesa tutti i giorni, è lei. E non so perchè ma, quell’angolo della pescheria tutto appartato e illuminato solo dalla luce del neon e tutti quei pesci distesi, adagiati, sotto il suo busto imperante mi agita. La sorpresa che provo, quando lei casualmente mi guarda dritta negli occhi mi emoziona, e ogni volta che succede mi chiedo che cosa sia tutta questa agitazione.

Sì, mi piace la pescivendola. Ma perché mi piace? Mi attrae, mi intriga, solletica le mie fantasie erotiche? A volte mi pongo certi interrogativi come se dovessi classificare a tutti i costi la mia sessualità. In verità non me ne sono mai preoccupata, è solo che da un po’ di anni le donne mi fanno uno strano effetto... In principio le sento nemiche, poi le guardo intensamente negli occhi e all’occorrenza, getto spesso occhiate di sfida, finché le sogno di notte in lotte sadiche dove infine le lego con robuste corde per far di loro ciò che  voglio.

Così anche oggi inforco il mio carrello e passo davanti alla pescivendola, proprio quando parla tutta sommessa e segreta nella sua conversazione. Le passo accanto, anzi la sfioro, e guarda caso incrocio il suo sguardo diretto e temerario.

Farfuglio meccanicamente, Buongiorno! Come se salutassi la mia vicina di casa  e lei, imbarazzata, inclina un poco la testa e, a questo punto, non potendone fare a meno, anche lei sibila con un filo di voce, Buongiorno! La sorpasso in stato di ipnosi e mi chiedo come può essere accaduto: la pescivendola mi ha salutato.

Con il mio carrello, in stato confusionale, mi perdo fra le corsie e solo dopo un po’ mi rendo conto che mi sto dirigendo al reparto pescheria, dove adagiate su un lettuccio di ghiaccio triturato, tempestato in qua e là da macchie cespugliose di prezzemolo, sono tutte disposte in girandole creative, variegate animucce molli e semimbalsamate.

Contemplo interdetta tutti quei pescetti e mi sforzo di pensare a qualche ricetta e a quanto tempo avrò di lì a poco per dedicarmi alla cucina. Cerco di farmi convincere dal tipo di pesce, dunque leggo Orata, e mi viene in mente il procedimento più veloce: pan grattato, prezzemolo, aglio, olio, sale e via nel forno. Cernia, Merluzzo passati in padella con pomodoro, origano, olio, sale. Sogliola alla mugnaia, troppo lungo... Pesce Spada, come la bistecca sulla piastra. Triglia, in padella con un soffritto di cipolla , un poco di pomodoro tagliato a pezzi piccoli, un filo di olio, sale e durante la cottura a fuoco basso una bella spruzzata di vino bianco. Moscardini, Palombo, Gamberetti, Canocchie, tutto in un coccio di terracotta con un bel trito di cipolla e pomodoro, olio, sale.

Sì, una zuppa di pesce, ecco di cosa avrei voglia… e affondare le mani in quella accozzaglia di specie, e raccogliere con la mollica del pane e minuziosa cura quel sughetto dolce e saporito. E mentre nella mente, o no? mi ripassavo la lingua in bocca in un circolo vizioso una voce, una voce dall’aldilà mi dice: Dica? La pescivendola aveva parlato. Un miracolo. Il timbro sempre lo stesso, pulito e risoluto ma, aveva usato un solo verbo: dire.

Con quell’interrogativo mi chiedeva di dire, dirle qualcosa, fare una richiesta e intanto che diceva guardava bella e soddisfatta i suoi pesci e poi me, io e i suoi pesci. Ed era come se fossi io fra i suoi pesci stesi, nudi, e lei che ci guardava compiaciuta... finché punta gli occhi senza alcun sorriso e io dico: No, è che non so cosa cucinare, lei avrebbe un’idea? La pescivendola muta, con la mano guantata prende un pugno di alici che fa subito ricadere sul mucchio, dicendo: Queste ad esempio sono fresche, le potrebbe fare impanate o semplicemente marinate.

Un interrogativo le leggo in faccia, faccia granitica che vuole una risposta... ma io una risposta ce l’ho, io metterei lei, stesa e impanata fra le lenzuola fresche di bucato. Mi perdo fra le sue parole, la zuppa non mi va più, anzi nella zuppa ci sono già ma di sudore, sono... Torno in me, la pescivendola aspetta ma mi sollecita con un sorrisone tutto formale, e allora le dico: Mi dia le alici, proverò il fritto. Sono fritta, altroché. Fritta nella sua padella. Ma lei mi cuoce, lo so, mi rimescola a fuoco lento senza scomporsi di una sola virgola.

Esco di fretta dal supermercato, cerco la mia macchina poi mi ricordo, Oh, nooo!, che sono a piedi. Piove, da lontano sento una voce al microfono: sono le otto e trenta il supermercato sta per chiudere i signori clienti sono pregati di portarsi alle casse. Comincia a calare con un lento cigolio la serranda dell’entrata principale, si ferma a metà. Piove sempre più forte, non ho l’ombrello e mi chiedo se è meglio correre fino a casa cercando di trovare riparo sotto le pensiline ed eventuali cornicioni o aspettare? Forse è meglio aspettare dal momento che la pioggia incalza e si fa sempre più battente. Cerco comunque un riparo e l’unico per il momento è l’ombrellone del bar vicino.

Sto sotto un tendone mezzo strappato da almeno 10 o 15 minuti e l’acqua viene giù che è una bellezza. Le luci cominciano a spegnersi un po’ ovunque, comprese quelle del supermercato. Da una porta laterale escono alcune persone e, guarda un po’, fra queste c’è la pescivendola. Sta venendo nella mia direzione, non posso evitare di guardarla, del resto sotto questo misero tendone ci sono solo io e la pioggia non mi dà tregua. Lei mi guarda da sotto un cappelletto con visiera e con un mezzo sorriso mi si avvicina e dice: Non ha l’ombrello? Ma che fa sfotte? Le devo rispondere divertita o dico una cosa qualsiasi... No, non ce l’ho, perchè si vede? Se vuole, le do un passaggio.

Non ho il tempo di replicare che lei già corre verso una macchinetta rossa, si blocca alla mia altezza, apre la portiera e io come una saetta con i capelli tutti appiccicati dall’acqua mi siedo al suo fianco. La guardo meglio, anche lei mi osserva. Poi inaspettatamente rompe il silenzio: Abita qua vicino? Io rispondo un po’ imbarazzata: Beh, sì, ha presente viale Aldo Ballarin?...

E chi non la conosce viale Aldo Ballarin... che si tende come un arco tra i due estremi di via del Tintoretto? Nei primi anni novanta, finalmente nascono come funghi degli edifici circolari, che a malapena rendono l’idea dell’architettura nata qualche decennio prima nella testa di Quaroni ai tempi dell’università: trasformare la periferia italiana, in particolare quella romana, alla conformazione naturale di campi e pascoli. Trasformare l’edilizia popolare in residenziale. Ma la realtà è che questi  flessuosi serpentoni circolari restano spesso inquietanti casoni popolari. Il sogno che dimora e agorà si fondessero nei giochi prospettici dell’architettura all’avanguardia e nelle grida dei bimbi che vogliono come sempre giocare, è naufragata nell’ottusità della burocrazia e nel degrado del tempo. Per fortuna la natura e la vitalità degli inquilini partecipano alla nascita perpetua della città. Mah… Lei fa un cenno con la testa e inaspettatamente dice: Ma la sta aspettando qualcuno? No! E lei sorridente già mi sorprende con la sua audace memoria: Ma allora mi dica, che cosa doveva cucinare di così urgente per questa sera? Niente, mi divertivo a fantasticare… Allora anche se ci conosciamo solo di vista le faccio una proposta insolita, la invito a cena a casa mia, cucino io le va...?

Indugio, e penso al mio appartamentino tutto chiuso e stretto fra altri mille di un grande condominio, che se guardo fuori non riesco neanche a vedere dove finisce. Anche se anonimo e perso fra tanti altri, l’ho comprato non solo per il prezzo ma anche perché a Roma mi fermo a dormire quando sono stanca e non ho più voglia di buttarmi su un treno per tornare alla mia casa. La mia vecchia casetta, dei miei genitori, in una frazioncina tra Orte e Orvieto dove tra tufi e querce si incontrano il Lazio, l’Umbria e la Toscana. Dove sono nata e ancora conservo dei legami. Li conservo? Nel cuore, nell’anima sicuramente mi accompagnano quando guardo lontano dal finestrino del solito treno puzzolente e rumoroso.

Pendolo ormai da anni tra la capitale e la mia dimora, rincorrendo treni, autobus e metropolitane, più la mia scassata panda che uso da casa fino a Orte, la stazione più comoda per arrivare a Roma. Ammetto che avere un piccolo appartamento è comunque una risorsa perché non solo mi fermo se sono stanca o lì consumo i miei incontri amorosi ma, con il tempo, anche se sporadicamente, è diventato lo studio dove certe sere mi ritiro e faccio gli straordinari. Mi ritrovo in silenzio e volentieri a compilare le schede dove sono riportate le generalità dei miei piccoli pazienti. Trascrivo le sedute e le mie impressioni, elaboro dei programmi di lavoro che intraprenderò con la mia collega. Sono una psicomotricista, e il mio lavoro è sempre più richiesto.

Questa sera il mio compagno non c’è, doveva tornare a Orte perché sua madre anziana e sola aveva bisogno di lui, e quando lei lo chiama, abbandona tutto e fugge come un ladro. Il richiamo della madre lo mette in ansia e gli scatena i peggiori sensi di colpa. Mi saluta che è già con un piede fuori dalla porta e continua per le scale, e finché non è sceso del tutto, ancora si sente la sua voce che ripete ciao amore, ciao, ciao, ciao e poi il portone che sbatte. Partito… E questa è appunto una di quelle sere in cui, spiazzata dalla sua partenza improvvisa, pensavo di sfogare la mia solitudine con un buon libro, mentre la pioggia batte ai vetri...Non so perché, ma quella richiesta inaspettata e, soprattutto, il fatto che a farmela è una sconosciuta con una faccia familiare, mi fa dire un gaudente: Si! Certo.

Io penso che la pescivendola non ha nessun nome per me all’infuori di pescivendola, che dunque non la conosco, non so chi sia ma ha una strana faccia, impenetrabile, che mi intriga, perciò ho accettato.

Il suo appartamentino è ordinato, alle pareti ci sono isole e barche, su un treppiedi una boccia con dei pesci striati. La stanza ha solo un letto di bambù che al posto della spalliera ha un’enorme rete da pescatore imbrigliata, alla quale ci sono stelle marine, conchiglie, bottiglie di vetro con finti messaggi - ma questo lo penso io - e al centro una lanterna. La cucina invece una vera e propria cambusa con piccole botti che fanno da recipienti per il sale, zucchero, caffè, farina. Dal soffitto una pioggia di bicchieri a testa in giù e sugli scaffali brocche e boccali colorati, sembrerebbe una vera e propria mania. Il particolare di quel piccolo angolo è che non c’è la porta ma una sorta di tenda, che più che altro è una cascata di conchiglie che ad ogni passaggio tintinnano sonanti.

Dopo questa breve occhiata generale constato di essere tutta aderente nei miei vestiti leggeri, bagnata dalla testa ai piedi e convengo che  ripararsi sotto quella specie di ombrellone non è stata affatto una buona idea. Un brivido di freddo mi corre lungo la schiena e lei sembra cogliere il mio fastidio, perché proprio in quel momento mi da un asciugamano e mi dice di non fare complimenti, poi si chiude nel bagno e sento correre l’acqua della doccia. Mi piacerebbe guardarla dal buco della serratura ma non la conosco, potrebbe accorgersene, e quindi è meglio non osare. Intanto per spezzare un po’ di silenzio le chiedo come si chiama e dall’altra parte una voce acuta grida: Marina.

Marina esce dalla doccia tutta bella e già rivestita, ma odora, anziché di porti di piccole città di provincia bagnate da tranquilli mari, di spezie come la cannella, i chiodi di garofano, essenza di geranio. Ma lei dice che è tutto concentrato in una marca di bagno schiuma. Mi passa accanto, strizza gli occhi nel suo consueto sorriso e sorridendo dice: Adesso le faccio vedere come si cucinano i granchi. La seguo e intanto le do il permesso di darmi del tu. Lei ride di gusto e aggiunge: Ti ho invitato a cena senza tanti convenevoli quindi è scontato che ci diamo del tu. Posso fare qualcosa?

Mentre si cucina e la cena inizia ad avere una sua consistenza, a vicenda ci scambiamo un po’ delle nostre vite. Marina da poco ha lasciato il compagno col quale stava ormai da sette anni. Da oltre un anno convivevano insieme nella casa di lui, troppo precisa, ordinata, e organizzata nei minimi dettagli… La struttura e l’arredamento di quell’appartamento le dava l’effetto di un bosco di montagna perennemente in penombra, nel quale camminava spesso con la sensazione di soffocare. E lei più che la penombra aveva conosciuto il buio, quello profondo, cupo, vero. Quello del suo periodo sfigato. Quando confidando incoscientemente nelle sue giovani e spensierate forze aveva sfidato la sorte.

Correva  leggera dietro un autobus, giù a salti per le scale della metropolitana. Correva in bicicletta, con la salsedine fra i capelli e il suo piccolo possibile capolavoro cresceva nelle sue viscere profonde e generose. La sua migliore amica lavorava all’università, al Policlinico e nonostante avesse gli anni di Cristo e una salute di ferro l’amica ci teneva che facesse l’amniocentesi. Non si sa mai. Da poco aveva superato il quarto mese e ormai aveva deciso, nonostante Antonio non volesse. Quella mattina di maggio insieme si recarono alla clinica universitaria. Antonio aveva notato la polvere sulle attrezzature e l’aveva fatto presente all’amica e al dottore carino che risolse tutto in battuta. L’ago fece il suo cammino e dopo un po’ di sosta di precauzione in clinica, nel tardo pomeriggio erano a casa. La sera salì la febbre alta e nella notte in ambulanza sulla Tiburtina abbracciata a un cuscino rosso porpora tra la vita e la morte. Amniotite violenta e bastarda. Come furono bastardi i giorni che seguirono alleviati solo dalla simpatia delle infermiere. L’aveva scampata bella ma da quel giorno qualcosa era cambiato. Si era salvata ma era morta.

Ovvero, Marina non riusciva a trovare una via d’uscita, soffriva anche senza volerlo, e ogni giorno che passava desiderava sempre di più una cambusa tutta sua per salpare e circumnavigare sola per sconosciuti mari. Tutto questo l’aveva indotta a chiedere del tempo per sé, un tempo per riflettere e pensare di più al futuro con Antonio, il suo fidanzato…

Ma il motivo per cui doveva prendere tempo non era solo questo. A Marina era successo in passato di essersi innamorata di un’amica di scuola, con lei aveva avuto una lunga storia tormentata e passionale. L’aveva sempre considerata una iniziazione al sesso casuale e non definitiva, per cui doveva comunque darsi ancora una opportunità e infatti, aveva deciso di provare anche con gli uomini. Era convinta che la scelta per il rapporto più convenzionale l’avrebbe ripagata nella vita. E difatti a lei comunque gli uomini piacevano e con Antonio stava bene, ma dopo quel brutto periodo sfigato, le era bastato incontrare una donna e ricevere delle esplicite proposte che la strada che si proponeva di continuare a camminare, all’improvviso era persa. Anzi, sparita!

(1-continua)

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