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Rimini Nera, Roberto Sapio parla del suo ultimo libro a quiriviera.com
Sabato, Ottobre 25, 2014
   
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Rimini Nera, Roberto Sapio parla del suo ultimo libro a quiriviera.com

Marcella Bondoni, collaboratrice di quiriviera.com, ha incontrato il dottor Roberto Sapio, già sostituto procuratore della Repubblica negli anni Ottanta, ed oggi autore del volume "Rimini Nera" edito per i tipi della NdA Press. Un'intervista declinata sul contenuto del libro e sulle 15 storie che esso racchiude.

Era il 1969 quando il giovane magistrato Roberto Sapio, di stanza a Orbetello, fu trasferito  a Rimini.

Una città incredibilmente accogliente che cominciava a muovere i primi passi per diventare la capitale del turismo europeo. Rimini diventò presto la mia casa e dopo il 1993, anno nel quale andai in pensione,  ho deciso di passare qui la mia vecchiaia.

È proprio di questi giorni l’uscita del suo libro “Rimini Nera” che raccoglie quindici racconti di storie vere e vissute dal magistrato nella Rimini degli anni ’80. Era la Riviera di Pier Vittorio Tondelli , la ‘scia del piacere’ che segnava ‘il confine fra vita e sogno di essa, la frontiera tra l’illusione luccicante del divertimento e il peso opaco della realtà’. Una realtà fatta anche di problemi sociali nascenti quali la prostituzione, la droga e la delinquenza diffusa. Erano gli anni della Uno Bianca, dell’inchiesta su San Patrignano e dell’inizio dell’opera di Don Benzi.

Dove nasce l’idea di scrivere “Rimini Nera”?

Volevo mettere nero su bianco i casi più importanti affrontati durante il periodo di magistratura, forse è stato un modo un po’ nostalgico di rivedere il passato ma pensavo fosse  utile far conoscere certi aspetti che la Rimini di allora viveva.

Le prime  storie che lei racconta sono quelle di due donne, Rosa e Serafina, accomunate, seppur provenienti da ambiti diversi, dal fatto di essere due prostitute. La prostituzione era quindi una piaga piuttosto dolente negli anni ’80: le pubbliche amministrazioni vi aiutarono nel vostro lavoro di magistrati?

La prostituzione era uno dei nei peggiori di Rimini e negli anni subì un’evoluzione. Dapprima  interessava donne italiane venute dal meridione a cercare ‘fortuna’ e ritrovatesi poi sui marciapiedi, in seguito arrivarono le austriache, le russe e infine il mercato si allargò ai trans. È proprio in quegli anni che Don Benzi iniziò il suo ‘apostolato’ di redenzione di queste povere ragazze. Dal canto loro le amministrazioni pubbliche non avevano molti strumenti per eliminare la prostituzione; la legge non permetteva loro molto, nonostante tutto però ci fu un intervento efficace sostenuto anche dalla questura e dalla prefettura che sgomberò i marciapiedi di Marina Centro dalle passeggiatrici che ogni notte li affollavano. Purtroppo questo non debellò il fenomeno, perché le prostitute si stabilirono altrove, ma almeno il cuore della città non fu più teatro di quello spettacolo.

Nel suo libro racconta l’inchiesta di una comunità senza citarne il nome ma si capisce chiaramente che si tratta di San Patrignano. Lei seguì in prima persona questo caso. Ci racconta il suo punto di vista?

Questo fu uno tra i casi più impegnativi della mia carriera. Posso solo dire che su mia sollecitazione il giudice istruttore iniziò un’indagine scientifica sui metodi utilizzati dalla comunità.

Cioé?

La magistratura, per la prima volta in Italia, fece un’indagine super peritale per capire meglio  se i metodi utilizzati avevano un carattere scientifico. Furono interpellatiti sociologi, psichiatri, criminologi ed anche esperti in comunicazione. E alla fine si stabilì che i fatti avvenuti erano veri ma commessi al fine di evitare danni peggiori e Vincenzo Muccioli fu  prosciolto.

Nella notte del 18 agosto 1991 fu commesso il primo crimine da parte dei componenti della banda della tristemente nota ‘Uno Bianca’; (foto sopra) lei fu l’unico, come ricorda nel libro, che affermò immediatamente  “si tratta di persone che indossano una divisa o che, all’occorrenza, possono mostrare un tesserino”!  Cosa avvenne?

Dopo le mie parole ci furono reazioni scomposte e molte persone minacciarono di togliermi il caso. Alla fine, quando si scoprì la verità - io ero già in pensione - ricordo che mi telefonò un giovane avvocato che disse: “Dottore  aveva ragione lei! Erano banditi in divisa!”. Fu però una magra consolazione.

Nel 1997 uscì un libro firmato da Enzo Ciconte che raccontava delle infiltrazioni della criminalità organizzata tra il 1970 e il 1995 in Emilia Romagna ed anche a Rimini: lei ha mai affrontato casi del genere?

Il fenomeno della criminalità organizzata a Rimini c’era, se ne parlava, io però non ebbi mai occasione di occuparmi di questo tipo di reati.

Se oggi dovesse indicare le nuove piaghe di Rimini cosa direbbe?

Sono lontano dall’ufficio da parecchi anni, ma leggendo i giornali non mi sembra sia cambiato molto. Penso però che oggi i reati più importanti siano quelli direttamente connessi alla crisi economica. Oltre all’evasione fiscale è assai preoccupante il fenomeno dell’usura.

Dottor Sapio ha mai avuto paura?

A volte sì, soprattutto quando seguivo il caso della Uno Bianca che mi costrinse a muovermi con la scorta. Ma la paura è anche quando una tua decisione può cambiare la vita di una persona. Spesso il lato umano del magistrato non viene mai preso in considerazione; quando devi emettere una sentenza oltre al rispetto della legge che viene prima di tutto pensi a quello che la tua decisione causerà nella vita di chi ti è davanti.

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