Daniela Muratori se la cava piuttosto bene con la scrittura. Impegnata quotidianamente in un lavoro d'ufficio, lasciati alle spalle scaffali e scartoffie esprime le proprie attitudini letterarie grazie ad una capacità narrativa fluente e molto coinvolgente. E' la prima a raccogliere l'invito di quiriviera.com e a proporre in pubblicazione alcuni suoi racconti. Racconti erotici che legano gli apetti di vita quotidiana ai sogni... Il risultato è davvero buono. A voi, cari lettori, il giudizio finale. Ecco la seconda ed ultima parte del racconto "ALICI MARINATE".
Più confusa di prima, di quel tempo che chiedeva ne aveva una grande necessità… In quanto al resto, si può dire che ogni cosa che Marina diceva di voler intraprendere stava andando dritta verso il mare, come se il suo posto fosse lì, in un immenso oceano di acqua, acqua santa o liquido aminotico… O forse inconsciamente era solo il fondo del mare che lei da sola voleva toccare, sì, probabilmente un fondo tutto suo per risalire, ecco perché con il tempo il mare fu predominante su ogni cosa, e non a caso, colpisce la sua iniziazione al mondo marino: il supermercato, che la destinò al reparto pescheria. Prima di allora apparteneva a quella strana categoria di persone che non mangiano il pesce perché non sopportano le lische tra i denti. Ora, diceva lei, trovava in ogni pesce qualcosa che le somigliava e s’immedesimava in quelle anime imbalsamate indovinando sempre le spezie, la salsa o il sugo giusto per insaporire la loro carne.
Io invece mi limitai a parlare dei miei temporanei amori, come fossero piccoli fiori selvatici stesi in un campo… un campo sentimentale dove anch’io avevo le mie perplessità. Bastava che io pensassi a Manuel, il mio nuovo e ambiguo compagno col quale sporadicamente, soprattutto quando ne aveva voglia lui, condividevo per brevi periodi il mio piccolo appartamento di Roma. Manuel è un uomo intelligente, raffinato e inaffidabile ma dotato di una grande perspicacia sessuale. E non potevo negarlo, questa era la sua forza. Da lui avevo imparato a lasciarmi andare, a spazzare via qualsiasi regola, e soprattutto le esperienze passate. Via, tabula rasa, con lui doveva essere un’altra storia, unica e irrepetibile. C’era in lui una perversione innata che stimolava la mia immaginazione, le mie più inconfessabili fantasie erotiche… come quelle che mi prendevano all’improvviso al supermercato quando vedevo Marina. Quindi sapevo perfettamente in cuor mio, di aver fatto la cosa giusta: andare a casa di Marina e non aver rimandato a un altro giorno, o improvvisare un’altra spesa al supermercato…
Intanto che vagavo con il mio raccontare, Marina per l’occasione aveva aperto un’altra bottiglia di vinello fresco e bianco, e mi proponeva di brindare al nostro incontro.
A tavola risaltavano i piatti a forma di pesce sui quali con una paletta d’argento lei cautamente mi fa scivolare quattro granchi panciuti in mezzo a olive nere trifolate e una spolverata di peperoncino fresco. La cosa insolita è che non c’erano posate e siccome aveva colto il mio attimo di perplessità mi rassicurò dicendo:
Per i granchi bisogna improvvisarsi primitivi, quindi le mani vanno benissimo.
Iniziò lei per prima. Di gusto spezzò le chele e se le mise in bocca triturandole appena un poco tra i denti con lo sguardo concentrato nei miei occhi. Non so cosa volesse dire, forse mi invitava a seguire il suo esempio. Seguii infatti il suo esempio e venni sorpresa da un insolito sughetto dolciastro che il granchio aveva assorbito durante la cottura. Aveva un saporino languido appena piccante che faceva da preludio alla tenue polpa bianca, delicata e tenera.
Tra un boccone e l’altro il vino era andato giù che era un piacere. Misi la mano sulla bottiglia per riempire i due calici e lei contemporaneamente la mette sulla mia. Mi giro verso di lei e ci guardiamo pensando di aver voluto fare la stessa cosa, ma cosa?
Non ho il coraggio di pensarci, chissà se lei pensa proprio quella cosa lì?
Le mani abbandonano la presa, si staccano dal collo della bottiglia ma nessuna di noi due dice qualcosa. Io all’improvviso mi sento di dire una banalità:
Vuoi bere? E’ sottinteso che lei vuole altro ma non sa come fare, come iniziare. Lo intuisco ma è sempre un dubbio. Magari sono solo io che lo voglio e non so come farglielo capire. Penso che avrei dovuto bere di più e perdere la testa, seguire l’istinto, qualsiasi cosa.
In preda a questi ormai inutili dubbi, nel frattempo lei scompare nella piccola cucina…
Erano anni che non mi trovavo più sola con una donna e che non condividevo così intimamente, fra una cena e un bicchiere di vino, lo stesso universo. Mi sento un po’ emozionata, come se dovessi superare un esame senza aver studiato. Quella faccia strana e ambigua mi stava intrigando e quasi docilmente l’avevo seguita, senza pensare, almeno apparentemente, a niente. Nemmeno a mettere in pratica quelle lotte sadiche e legarla con corde robuste che mi capitava spesso di sognare.
Il nulla mi aspettava, io sospesa nel vuoto, aspettavo, forse dormivo o facevo finta... altroché dormivo, in realtà io non dormivo affatto, abboccai al suo amo prima ancora che mi proponesse l’esca. Ed eccomi lì, seduta, a far finta di niente, con un altro bicchiere di vino in mano che penso di buttare giù tutto d’un fiato così taglio la testa al toro: perderò la testa e farò fare tutto al mio istinto e invece, invece no!
Lei torna con una bottiglia in mano da stappare e mentre cerca il mio sguardo, mi alzo, le vado vicino e scelgo la via più breve: l’abbraccio. Tutto accade velocemente, e a quella stretta timida e un poco imbarazzata, cerco la sua bocca con disinvoltura, la mia lingua si accompagna alla sua, si misurano energicamente, con forza, passione, io per prima stacco e parto per i lobi delle orecchie, piccole orecchie sensuali che accarezzo risucchio e tormento da una parte all’altra della faccia, quella faccia strana ora abbandonata con gli occhi chiusi appena contratta dal respiro affannato.
Sento che posso farcela, le sfilo da sotto la camicia un piccolo reggiseno e con le mani accarezzo piano quelle piccole protuberanze e mi viene una gran voglia di lei. Mi rallegro, non è più imperturbabile, è aperta, sguardo e sorriso aperti, disponibile, forse arrendevole?
Tra pollice e indice le sfioro un capezzolo, desidero cuocerla a fuoco lento come ha fatto lei con i suoi granchi, ma me la mangerei subito. Capisce al volo la mia intenzione, continuiamo la nostra intima conversazione sul lettone. Si stende e apre la lampo dei pantaloni, glieli sfilo e comincio ad assaggiare un po’ delle sue gambe, fiuto le spezie incensate sulla sua pelle. Poi risalgo quel monumento muscoloso e sodo e arrivo ancora sulla bocca, ormai il respiro è incontrollabile. Non le do tregua, ritorno sull’addome e raggiungo l’inguine che stringo dolcemente fra la mia bocca, fra le morbide labbra e mi viene in mente la carne polposa dei granchi. Giro in tondo la mia lingua e sono al centro, ancora con i denti mordo il promontorio allagato e mi ricordo di Venere che tutti dicono sia un monte, la trattengo ancora fra le labbra che comprimo un poco come se fosse un dolce molle, poi la lascio ci giro intorno ancora, ancora, ancora, sempre sullo stesso punto mentre intorno sale la marea.
Marina, come una marina in un giorno di nebbia è tutta un lamento, devastata, rantola a occhi chiusi mentre io cerco dentro di lei, conchiglie. Ma improvvisamente mi dice:
Basta, lo voglio fare io! Lo dice ma più che altro continua a pensarlo, semisvenuta rimane sul letto senza fare alcun movimento.
Potrei dormire ma non ho sonno, del resto non sto a dire poi dopo Marina che cosa fece di me. Ci apparecchiò sopra il resto della cena, che intingolava con pezzi di pane, ci fece scorrere alcuni bicchieri di vino che bevve piano, in ripidi rivoletti, ci spalmò una crema pasticcera del giorno prima che leccò avidamente, con le mani impastò una serie di massaggi che mi comprimevano un po’ ovunque poi, mi rivoltò in diverse posizioni sfregandosi sulla mia pelle nuda come il pan grattato sulle alici impanate. E impegnata com’era mi raccontò con un filo di voce alcune pagine di un libro che lei leggeva sempre e sempre rileggeva Donna di Porto Pim dove si fantasticava di balene e amori impossibili. Sapeva frasi a memoria, interi versi che mi declamava fra le gambe. Dante, Petrarca, residui di memorie scolastiche, ma ormai anche se mi avesse recitato la lista della spesa o il Cantico dei cantici per me sarebbe stato uguale. Poi mi riempì l’orecchio di alcune sue fantasie che di nuovo allagarono le cavità del mio corpo salmastro eccitandomi come non mai.
Ormai era un pezzo che stavo lì, riversa su quel letto con lei addosso che nuotava, su quel mare infinito come se ci fossero onde altissime. Poi finalmente come due naufraghe ci arenammo su qualche immaginaria spiaggia di un’ isola senza nome, beate, soddisfatte. E adesso sì che potevo dormire, il pesce l’avevo pescato e, infatti un torpore mi prese e all’improvviso sognai rami di alberi spioventi, tra i quali dovevo farmi largo. Un cammino faticoso, dove le fronde mi opprimevano la vista. Cercavo con un senso di angoscia il mare, perché fra quei legni lo intravedevo ma appena cercavo un varco mi sfuggiva. Vedevo il suo orizzonte, e non mi bastava. Ancora di più, di più ancora, la sua luce, la sua massa azzurrata. Correvo su un’altura, correvo senza sosta ma siccome non arrivavo da nessuna parte forse per questo motivo mi svegliai di soprassalto.
Marina dormiva profondamente, russava un poco con la bocca aperta. Chissà se quello che attraversava nuotando era lo stretto della Manica o quello di Gibilterra. Da come dormiva, a me sembrava molto affaticata...
Erano ormai le due di notte, io nuda su un letto, in una stanza che sembrava una stiva ordinata, a casa di una sconosciuta con una faccia abbastanza familiare, mi venne in mente che sarebbe stato meglio tornare a casa. Sì ma come… avevo dimenticato di essere a piedi e che comunque adesso erano le due... cercavo una soluzione. Intanto mi premeva lasciare un messaggio a Marina che avrei appeso alla sua rete, sulla spalliera del letto, dentro una bottiglia di vetro. Trovai con facilità carta e penna, nuda così come mi trovavo mi siedo al tavolo e scrivo:
Alici marinate: Private della testa e delle interiora le alici, lavatele sotto l’acqua corrente poi adagiatele in una vaschetta o pirofila con bordi alti almeno
Firmai e corsi fuori dall’uscio nel buio della notte, in strada dove al passaggio improbabile del tram scelsi una strada illuminata dove ancora un bar aperto lasciava entrare e uscire avventori estivi dell’ultima ora.
Caddi profondamente in un lungo e tormentato sonno, sola, nella mia casa, memore di aver lasciato un libro da leggere. E la pioggia ancora appiccicata ai vetri in una notte d’estate. La mattina sarei tornata al lavoro come sempre e prima di sera sarebbe tornato anche lui.
Solo dopo alcuni giorni osai andare al supermercato e la pescivendola non c’era, un’altra al suo posto serviva pesci e compagnia bella. Un mese, due mesi e della pescivendola neanche l’ombra, ormai non aveva più alcun scopo andare al supermercato, non osavo nemmeno chiedere perché non ci fosse. Finché un giorno mi faccio coraggio vado dal responsabile e dico:
Scusi, ma la ragazza del reparto pescheria che fine ha fatto? Sa, le avevo prestato un libro e allora...
Un signore detto ‘responsabile vendite’ mi guarda un po’ divertito e risponde con allegria: Ma chi, Marina? E’ in part-time, ritorna a settembre adesso sarà a casa sua o in vacanza.
Passa l’estate e mi ricordo solo di una donna e di una sera trascorsa in casa sua e poi nient’altro.
Al supermercato ci vado sempre velocemente per comprare l’indispensabile poi un giorno entro e, siccome nel frattempo erano avvenuti dei cambiamenti nei reparti, mentre deambulo nella zona frutta e verdura che adesso è proprio di fronte alla pescheria, indecisa se scegliere un melone o un cocomero, alzo la testa e ritrovo quello sguardo familiare ma concentrato, fisso, duro, con le mascelle serrate, contratte sulla bocca senza alcun sorriso, solo i capelli sembravano diversi: sono corti ed è abbronzata. Vado davanti alla vetrata dei suoi pescetti cerco fra quelle girandole di ghiaccio e dico:
Mi andrebbero le alici e magari marinate. Lei mi sorride, col guanto alza un pugno di alici e le fa ricadere sul mucchio. Anch’io rido e me ne vado.
Sono le otto e trenta e il supermercato chiude. Io aspetto.
(2-fine)
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