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I nostri lettori artisti: Daniela Muratori, racconti erotici - Cocktail di scampi
Venerdì, Agosto 01, 2014
   
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I nostri lettori artisti: Daniela Muratori, racconti erotici - Cocktail di scampi

Daniela Muratori se la cava piuttosto bene con la scrittura. Impegnata quotidianamente in un lavoro d'ufficio, lasciati alle spalle scaffali e scartoffie esprime le proprie attitudini letterarie grazie ad una capacità narrativa fluente e molto coinvolgente. E' la prima a raccogliere l'invito di quiriviera.com e a proporre in pubblicazione alcuni suoi racconti. Racconti erotici che legano gli apetti di vita quotidiana ai sogni... Il risultato è davvero buono. A voi, cari lettori, il giudizio finale.

Cocktail di gamberi

Mi rendo conto, sono settimane che vago per i corridoi del Palazzo. I colleghi, ma soprattutto Sandro, un vero amico, almeno da quando sono arrivato nella capitale, si sono accorti della mia distrazione e, che non sono più lo stesso.

Ebbene sì, penso che tra me e Marina sia finita! Ma ho deciso. Con la voce che si ricaccia in gola, rotta da una sofferenza incontenibile - inimmaginabile quello che sto vivendo quando avevo deciso di dare una svolta ai miei continui cambi di residenza -, a tratti indicibile, ho deciso di confidarmi con Sandro che è sempre più apprensivo e curioso di sapere cosa sta succedendo all’amico con cui da sette anni passeggia per il centro.

Come? Cosa è successo? chiede piuttosto imbarazzato ma perentorio Sandro.

Negli ultimi mesi, forse te ne sei accorto, ho cercato di capire, di comprendere anch’io, ma è stato tutto inutile. Anzi più ho chiesto spiegazioni e l’ho pressata con le mie richieste, più l’ho persa.

Come...? dice preoccupato Sandro.

Sì l’ho persa, ha voluto un periodo di riflessione. Ma ormai, lo so, è finita. Sai, lei è stata sempre un po’ un pesce, sembrava che ti scivolasse via dalle mani da un momento all’altro. E anche per questo l’ho amata, e ancora... l’amo. Ma ora non c’è più entusiasmo, gioia, interesse. Con la testa e anche con il corpo è ormai da sei mesi altrove. Prima ha iniziato con la storia che doveva riprendersi dato che il suo non era un aborto qualsiasi, poi voleva fare dei viaggi, poi un’altra attività e intanto, con me, solo sbadigli, noia e sguardi altrove, spesso imbarazzati.

Ma c’è un altro? incalza Sandro.

No, almeno così dice lei, ma nelle infinite discussioni, nei mille bla, bla, bla sono venute fuori cose che mai avrei immaginato. Poi forse, un giorno quando sarò più calmo, se mai sarò calmo, ti dirò.

Ma io la conosco Marina e non mi sembra una che butta tutto all’aria per qualcosa che lei ha voluto con tutta se stessa.

Beh, sì, questo lo penso anch’io. Ma niente, non vuol sentire ragioni. Sono ricomparsi fantasmi del passato, storie irrisolte con...

Con...? ripete Sandro.

Proseguo sconsolato: Con donne… amiche, o roba del genere…

Sandro non fa una piega e di rimando senza scomporsi più di tanto dice: E allora? per questo finisce una storia così importante, di oltre sette anni, fatta di lavoro, di sogni, conquiste, la casa... e dolore?... Nooo!?

Sì, e questo mi fa più male, non esser mai venuto meno con la mia presenza, anche quando lei ha rischiato di morire. È vero non ero d’accordo che lei facesse l’amniocentesi, ma non gliel’ho impedito, nonostante la tormentavo, ricordandole che aveva solo poco più di trentanni, era giovane, non ce n’era bisogno e invece si era intestardita, la sua amica medico l’aveva convinta per l’alta percentuale della cosiddetta sindrome di Down ancora presente tra i bambini nati, anche se una buona parte non arriva mai alla luce per aborto spontaneo. E anche quel giorno, in ospedale, quando le ho fatto notare che gli attrezzi erano impolverati e non mi piaceva che la sua amica giovane dottoressa in carriera la usasse da cavia, e lei subito si è difesa ma si vedeva che era agitata e mi guardava con un’aria impaurita, da gazzella ferita, e io che avevo capito quanto fosse turbata intimamente da quella scelta, l’ho stretta forte fra le braccia e non l’ho più lasciata… e nemmeno l’ho mai colpevolizzata, anzi, tutto quello che è successo dopo, di notte, la corsa in ambulanza, il pronto soccorso, lei con la febbre che farneticava e io, io che le dicevo di stare tranquilla, e lei che non diceva nulla, non mi chiedeva niente, nemmeno se il bambino era ancora vivo, mi guardava solo, intensamente negli occhi dove io ci vedevo solo una grande sofferenza. Un dolore così grande che avrei voluto per me... No, come posso dimenticare quel momento, quell’esperienza così intensa.

Sì, lo so…

E ora che stava bene, tutto sembrava superato, io che aspettavo la sua rinascita fisica e psichica, ecco che la vedo fuggire lontano, lontano senza sapere bene il perchè. O meglio forse ora ho capito. Anche lei me lo dice. Sono troppo buono. Troppo amico. Capisci? Troppo amico delle donne. Ancora due volte ci sono cascato. E’ la terza volta. Pensavo che lei fosse diversa. E come da manuale ha scelto altro. Capisci Sandro?

Ormai mi ero agitato, gli occhi mi bruciavano a causa dello smog di via del Corso, mentre tornavamo dall’ora d’aria nel Palazzo del super ministero.

E’ passato un mese e ancora sto male. Marina è andata a vivere da sola. Intanto hanno rimesso a posto il bar del Palazzo. Da un po’ di mattine per il break scendo solo. Sandro è in vacanza, è andato a Cuba, sognava di fare questo viaggio da tanti anni. Nel bar, alla stessa ora c’è una ragazza, una bella ragazza con un fisico niente male. E’ un po’ che mi ha messo gli occhi addosso. Sono così perso nei miei pensieri ma, non posso fare a meno di notare il suo fisico da ballerina brasiliana. Ma dentro di me ho deciso: non le degnerò più di uno sguardo e comunque con le donne d’ora in poi sarò stronzo…

Galeotto il cameriere simpatico, e ovviamente di origine napoletana, che le si avvicina all’improvviso con un caffè in mano bisbigliandole all’orecchio: Questo è offerto… Non fa in tempo a dire: Dalla direzione… che lei, subito mi inchioda con lo sguardo. Finché la ragazza fisico da ballerina brasiliana tenta l’approccio: Lavora qui dentro?

Io imbarazzato un po’ per il caffè che non le avevo offerto io ma il proprietario del bar, e un po’ perché mi rivolgeva la parola, sorpreso rispondo: Sì, da sette anni, e lei? rispondo io tra il distratto e l’imbranato.

Sì anch’io, da tre anni.

Che strano non ci siamo mai visti.

Mah, forse perchè prima si andava fuori a fare colazione.

Eh sì, è vero...

Segue un breve silenzio, poi passo alle presentazioni: Bene, a questo punto, io sono Antonio e credo sia meglio darci del tu.

Stella, piacere.

Nei giorni successivi io e quella ragazza… Stella, ci siamo più volte incontrati e abbiamo parlato un po’. In effetti non ho fatto molto per incontrarla, è lei che mi trova e si capisce da come mi guarda che è piuttosto interessata a me. Un po’ per curiosità un po’ per distrarmi dai miei pensieri ormai ossessivi che, tra l’altro, mi hanno portato via da due mesi più di cinque chili - benché non fossi su di peso - ho accettato l’amicizia di Stella. Addirittura l’ho invitata per una pizza. In quell’occasione abbiamo parlato del lavoro, dei colleghi, di noi. Stella dopo la seconda birra media ha iniziato a confidarsi e parlare un po’ della sua vita privata.

È stata sposata. Si è separata da più di due anni. L’ex marito, laureato in informatica alla Normale di Pisa, era un cosiddetto “tutto testa” che lei per amore aveva seguito in Umbria, dove lui viveva e si era ritrovato improvvisamente proprietario di un ristorante grazie ai genitori che glielo avevano ceduto in eredità perché ormai anziani e stanchi. Non essendo molto pratico dell’attività, piuttosto che vendere, lei aveva lasciato un posto di lavoro sicuro e gli aveva proposto di gestirlo insieme, improvvisandosi addirittura cuoca. Ma mentre lei inflessibile e senza sosta lavorava, lui oltre che studiare per concorsi, colloqui, esami di ammissione e chi più ne ha più ne metta, il resto del tempo giocava a calcetto e organizzava nel suo ristorante cene con gli amici. E se lei provava a lamentarsi o a contraddirlo, erano scenate a non finire che spesso finivano con urli e pianti. Un inferno durato tre anni, finché Stella decise di fare le valigie portandosi a casa non solo quelle ma anche i debiti del ristorante che lui aveva diviso in parti uguali, dichiarando infine il fallimento.

Mentre racconta tutta agitata, penso che sta’ ragazza dev’essere proprio temprata, dopo tutti ‘sti casini. Io, parlando di me un po’ mi tradisco. Riesco a dire poco, cerco di resistere, vorrei parlare d’altro. Ma piano piano cedo e tiro fuori  anche il mio malloppone che mi devasta l’anima e il corpo.

È ancora presto, butto l’occhio all’orologio e invito Stella a casa mia a bere ancora qualcosa, tanto per fare due chiacchiere. Tutto quel parlare mi ha non poco sorpreso e la novità è che sto  bene e non mi capitava da tempo.

Stella è emozionata, mi segue con la sua Opel Corsa nera fino alla Garbatella dove abito da soli pochi mesi. Guida nervosamente, si vede che è agitata e che controlla continuamente lo specchietto retrovisore cercando di non farsi mai superare per non perdersi e non perdermi di vista, dal momento che molto sportivamente ho appena iniziato la salita di quel dedalo di strade a senso unico che mi portano dritto fino a Largo 7 Chiese per poi proseguire in via Armenti, fino al n. 45.

La palazzina dove io abito è stata verniciata di fresco, e rientra nelle caratteristiche di tutti gli edifici circostanti costruiti in quel quartiere intorno agli anni ’50. Sono molto contento di abitare alla Garbatella, ma della casa lo sono un po’ meno. Quell’appartamento comperato in fretta e furia dieci anni prima per far contenta la mia ex fidanzata, è come se ancora di più mi forza alla condizione del single. Ma a Stella, proprio perché non conosce niente di questa dimora sembra piacerle ogni cosa e, soprattutto, rimane colpita dalle soluzioni architettoniche e dagli accessori della casa.

Ci tengo moltissimo a spiegare tutti i particolari di questo mio personale, anzi personalissimo, museo: un museo che contiene un’infinita qualità di legni tutti sagomati, incisi e montati a misura. Perché la mia casa - come qualcuno già mi aveva fatto notare - era un percorso in ombra tra fronde abbattute di essenze originarie dell’Africa equatoriale e tronchi colossali di alberi decapitati sul ciglio delle strade di provincia.

In effetti, il parquet Doussie Africa, disegna in terra una trama di piccole venature tipo foglie morte tra il marrone chiaro e rossastro che dopo l’ingresso un po’ appartato e piuttosto buio, subito - grazie al cielo - di gradazione in gradazione porta in cucina. Una cucina in acero chiaro, chiarissimo, di fronte all’unico spazio aperto e circoscritto da alcune librerie in castagno dove il divano conserva l’unica nota solare di tutta la casa, dato che qualcuno, e cioè Marina, mi aveva consigliato di comprarlo arancione. Nel mezzo, dove fa’ la sua figura, c’è un bel tavolo di noce nazionale che solo per eventuali occasioni e ospiti particolari io in persona apparecchio. A metà di quel percorso l’unica nota insolita tra tutta quella solidità: una bella porta di vetro smerigliato che chiude il giorno per perdersi nell’intricata parte della casa dedicata alla notte, dove crescono quelle piantagioni a me tanto care. A parte un comodino di antiquariato moderno di ciliegio, di bambù è il letto e il cassettone, e la ragione per la quale li ho comprati risiede nel ricordo di un viaggio che ho fatto molti anni prima in Polinesia.

Mi rendo conto che spiegare i particolari della mia casa annoi a volte anche me, mi ravvivo solo quando mi posso soffermare sulle tecniche adoperate per realizzare i miei adorati mobili. È inutile dirlo ma a Stella piace tutto, ormai posso raccontarle qualsiasi cosa che lei risponde sempre entusiasta, lo vedo dai suoi occhi euforici e dal sorriso pieno di meraviglia per ogni cosa… Con la coda dell’occhio seguo - all’inizio un po’ infastidito - tutto quel concerto di esclamazioni poi, colpito dagli improvvisi silenzi, incuriosito, la osservo meglio e allora, solo allora, mi accorgo della sua purezza, e della sincerità con cui esprime la sua sorpresa. Sì perché Stella usa un tono che non sai mai se fa i complimenti a un cane, tanto è sdolcinato e acuto, oppure ha avuto un’apparizione ma, credo, sia semplicemente il sentimento istintivo per quella cosa che sta contemplando, che la fa sobbalzare e farle emettere inconsciamente certi suoni, perché lei ci mette il cuore, è viva, sicura di sé, e anche delle sue esagerate espressioni di entusiasmo o piacere. Ma ho potuto constatare che, se una cosa non le piace o non l’approva, tace. E questa mi sembra una bella qualità.

E mentre osservo i suoi ultimi sguardi contemplativi verso una sedia che io stesso avevo restaurato, mi viene in mente Marina.

Marina evitava le zone in penombra, camminava nel mio bosco senza ripararsi mai all’ombra di un albero, anzi cercava il sole e l’unica zona che la rilassava -  concentrava, diceva lei - dalla mattina alla sera era la sala, si adagiava sopra il divano arancione e lì stazionava per ore. Solo per il letto di bambù faceva un’eccezione… quando si stendeva sopra era unicamente per fare l’amore e mentre iniziava quell’incerto percorso tra sospiri e parole strette fra i denti, diceva di sentirsi su un’isola. Anzi fra sussurri e gemiti diceva di essere lei stessa l’isola e mi pregava quando era al massimo dell’ispirazione e del godimento di percorrerla tutta. A lei piaceva il mare, il caldo, le Stelle Marine… rapito com’ero dal pensiero, all’improvviso…

La lingua di Stella come una frusta tenuta a bada per un tempo incontenibile si abbatte sulla mia lingua che, per un attimo, si ferma. Poi, sospeso il contatto con il tempo, sento il bisogno di allontanare dolcemente Stella, la guardo intensamente negli occhi e inizia uno strano ma comprensibile scambio di sguardi provocatori. Si sfiorano le bocche, si mordono i lobi delle orecchie, le mani si intrecciano forti stringendosi, poi si respingono, rimbalzano all’indietro come fossero in un’arena combattenti tra umidi umori asprigni, alcolici, inebrianti e sempre più contagiati e attratti dalle lingue affilate penetranti quasi volessero dire e con quello scavare: Prendimi, prendimi, prendimi. Poi si staccano. La frusta cerca il collo. Lascia i segni. Le orecchie che avvampano. Scopro nervosamente le spalle di Stella mentre l’altra mano è scesa nel fondo schiena. Già disegna uno stile preciso. E decisa apre il varco nella guaina dei pantaloni a pelle di Stella che si piega come se avesse preso una scossa elettrica. Va giù con la testa. Si ferma alla cerniera dei pantaloni… In un battito d’ali prende al volo il tesoro che accarezza prontamente con le labbra, lo bacia e poi lo nasconde nelle mani e nella bocca. Lo succhia, lo fa girare con la lingua. Poi lo fa scivolare ora piano ora bruscamente, e poi… in fondo alla gola già secca che ha voglia, una voglia che sale, sale dal profondo di sé e dalla pressione dei miei attributi ormai surriscaldati. Cerco di fermarla. Provo a dirle anche qualcosa. Non così. Non durerà. Un getto vischioso irriga l’anima di Stella, prima che io possa spegnere e bloccare il rombo del corpo senza freni.

Una, forse due gocce, di vita mancata imperlano il mento di Stella in estasi più di me. Le raccolgo con un bacio di riconoscenza sublime e le restituisco alla sua bocca sazia, e lei piano all’orecchio mi dice: Devo andare, i miei genitori mi aspettano.

Da quella sera Stella non mi dà tregua. Comincio a sentirmi a disagio. Non volevo che tutto accadesse così in fretta ma una specie di febbre mi fa correre a casa, ogni giorno non appena la incontro, mi fa correre… a casa… a fare l’amore. A fare sesso. Sesso. Sesso. E nient’altro che sesso. Pensavo di non avere più vibrazioni particolari ma, con Stella ho scoperto di essere a tratti fanciullo, un’incosciente alle prime armi, quasi acerbo. All’improvviso scopro l’ebbrezza dell’essere desiderato. Scopato per ore. Stella però ha un difetto: è gelosa, ma di una gelosia che mi innervosisce. E quando fa così mi viene in mente il suo ex marito, cerco di immaginarlo, un bell’uomo sicuramente, dal fisico atletico, che lei teneva nel ristorante come una icona da contemplare e che le altre donne desiderandolo le invidiavano, perciò lo accontentava e si lasciava dominare… Finché la sua gelosia a volte ingiustificata e irragionevole ha rotto quell’esile equilibrio che a lei piaceva sfidare. E anche con me, quando fa così mi spazientisco. La tratto con sufficienza, sono indifferente ad ogni cosa che mi racconta, la mando a casa, e le dico:… Fuori di qui!..

Mi piacerebbe stare un po’ solo, anzi desidero stare solo. Ma Stella non molla, mi chiama continuamente, mi manda messaggi telefonici con promesse d’amore e promesse di giochi erotici subliminali. Chiede continuamente qualcosa che un giorno chiama amore e un altro sesso.

Richieste legittime, dice lei… Io finora sono stato al gioco ma sono seccato, scocciato, depresso e non so più che fare, così per stroncarla le parlo di Marina… e quando faccio così lo so che ho mirato dritto al suo cuore, perché di colpo Stella ammutolisce, ascolta, resiste per cercare di capire dove io, con quei discorsi lì, voglio andare a parare ma d’altro canto so che Stella è temprata, è di roccia e, dunque senza indugi, inizio a cuocerla a fuoco lento, la faccio soffrire così come soffro io, inconsciamente frustrato, escluso, allontanato da ciò che  amavo di più: Marina, la mia donna, il focolare. Ormai era fatta, mi sembrava che gli obiettivi più importanti per potersi sposare erano stati finalmente raggiunti: la casa, l’arredamento della casa, un buon posto di lavoro, il conto in banca, la macchina nuova, e che altro per invecchiare insieme?...

E invece no! Tutto precipita, Marina non ci sta, scappa, rabbrividisce, tutto è calcolato, apre la porta di un altro universo e mi respinge, con un impulso mi scivola via… e Stella è il capro espiatorio, è abituata e dunque è salda: sa in cuor suo che peggio di così non si può andare …questo è il tenore della tempesta e appena sarà passata, io probabilmente mi calmerò ma, solo  quando sarò sicuro che  questo è il mio destino…

E’ una bella giornata, calda e primaverile e io e Stella camminiamo fra le bancarelle del mercato generale della Garbatella. Tutti i banchi sono carichi di verdure di stagione, gli ultimi carciofi, gli asparagi, i pomodorini di Pachino, i pomodori per il gratin, la cicoria, le puntarelle e montagne di frutta ovunque… Gli ambulanti gridano, si raccontano di tutto da un banco all’altro, sembra che non ti vedono poi ti chiamano, ti fanno cenno di avvicinarti, chiedono esplicitamente di assaggiare il succo della fragola più buona, la più buona di tutte le altre, e gridando ancora più forte: St’anno è robba regalata… Roma è quella di sempre, non cambierà mai… mantiene ancora la fotografia, anche se sbiadita, di qualche angolo fedele alla tradizione, vero e popolare. E alla fine del giro io e Stella, esaltati da tutti quei richiami siamo riusciti a riempire almeno cinque borse cariche di frutta e verdura,  trascinandoci silenziosi e affaticati fino al portone di casa mia. Stiamo per sparire in uno di quegli androni semioscuri quando il portone si spalanca in una luce improvvisa e, come una visione appare Marina. Stralunato la guardo, faccio qualche passo tentando le parole ma, Marina mi anticipa: Ciao Antonio, è il tuo compleanno e volevo farti gli auguri con una sorpresa…

Ah! sì, la sorpresa me l’hai fatta… e vederti qui proprio oggi è quasi un evento.

Stella seguiva il tono dei convenevoli e dato che dallo stupore di Antonio nessuno dei due faceva un passo, appoggiò le borse per terra e con determinazione si parò davanti a Marina dicendo:

Mi presento da sola, io sono Stella.

Io Marina, ma avrai sentito già parlare di me.

Seguivo preoccupato la situazione e ormai mi sentivo in dovere di intervenire: Stella è una bravissima cuoca e per l’occasione pensava di preparare una cena un po’ insolita, ti unisci a noi?

Marina sta guardando con uno strano sorriso Stella, la percorre dalla testa ai piedi strizzandole un occhio di intesa, poi alzando un sacchetto in alto dice: La mia sorpresa è qui, in questo sacchetto ci sono due chili di gamberetti freschi di giornata. Li ho comprati al mercato del Testaccio, se Stella è d’accordo potremo cucinarli insieme? Che ne dite?

Stella s’irrigidisce, la guarda fiera negli occhi e sfidandola replica: Si vedrà dalla ricetta se la potremo fare insieme.

Avevo afferrato subito la provocazione ma non avevo voglia di contraddire nessuno, soprattutto Marina con la sua trovata dei gamberetti.

Niente, ormai ero in uno stato confusionale avanzato. Solo ieri mi chiedevo quand’è che avrei riconosciuto il mio destino… e solo adesso, che vedo Marina, mi rendo conto quanto sia inutile insistere o prendere decisioni quando si è depressi, addolorati, ossessionati dalle proprie convinzioni. Il destino forse non è solo qualcosa che ti piomba addosso, probabilmente dipende dalle nostre proiezioni, da ciò che vogliamo veramente, dal profondo del cuore… oppure è qualcosa che inconsciamente vogliamo perdere perché non ha più energia, si è esaurita, spenta, e allora si verifica quel fenomeno delle stelle che perdono luminosità, e che nel cielo si manifestano con lunghe scie che poi si disperdono nell’universo. Forse per Marina è andata così… e ora che lei ha suonato alla mia porta… dovrei forse riprendere in considerazione che d’improvviso il destino incombe, decide per noi, ma che incidenza ha questo destino, dovrei essere fatalista per forza o per vocazione?... Oddio sto farneticando… ma che cosa stava succedendo?

Stella è imbarazzata, con un tonfo fa volare le borse della spesa sul tavolo. Marina le è dietro le spalle con i suoi gamberetti e spezza il silenzio: Tu che sei l’esperta che cosa proponi?

Con dei gamberetti così freschi la miglior morte è un bel cocktail.

Io comunque sono sempre più convinto che finché rivedo Marina, anche solo occasionalmente, come oggi, il destino è come quella poesia della Dickinson, che ancora non ho dimenticato e dice: Non sappiamo di andare dove andiamo. Noi scherziamo nel chiudere la porta. Dietro, il destino mette il catenaccio, e non entriamo più… E allora Perché non prendere Marina per quello che è, darle il suo tempo, e aspettare che qualcosa succede, qualsiasi cosa e non progettare, come ora con Stella, anche se lei è una donna affidabile, e siccome lei mi ama so che farebbe qualsiasi cosa  per me… Poi sarà inevitabile, per come sono fatto io, non poter più tornare indietro e non entrare più nel mondo abissale di Marina… E allora se lei oggi è venuta diritta fino dentro a casa mia tanto vale farla andare dove vuole, io comunque, per quel che mi riguarda, non penso proprio di muovere un dito per cambiare le cose così come stanno. Anzi, mentre le ragazze preparano la cena, parlano e si conoscono, io esco a prendere le sigarette e qualche bottiglia di buon vino.

Come se niente fosse dico: Ragazze avete bisogno di me? perché io scendo a prendere qualche bottiglia di frizzantino, un buon prosecco, eh… torno subito.

Marina e Stella si sono divise i compiti. Marina prepara la salsa e Stella pulisce  le foglie dell’insalata e i gamberetti.

Allora Stella, io la maionese solitamente non la faccio a mano ma mi servo del robot multiuso, me l’ha insegnato mia cognata. Metto nel robot le uova e l’olio di semi e poi fa tutto lui.

Stella strizza gli occhi pensierosa poi le si avvicina e guardandola le dice: Scusa ma quale maionese? Io i gamberetti non li faccio morire nella maionese ma in una salsa. Vedi che nella borsa della spesa dev’esserci rimasto il formaggio Roquefort. Allora fai circa 65 grammi di quel formaggio poi, lo sbricioli con la forchetta e lo metti in una ciotola. Fai a pezzi una cipolla e passala nello spremiaglio raccogliendo il succo nella ciotola. Aggiungi il ketchup, panna, succo di limone e tabasco. Mescola con la forchetta e metti in frigorifero che io intanto passo i gamberetti sul fuoco.

Marina avrebbe fatto volentieri a pezzi lei e, di lei, ne avrebbe bevuto tutto il succo. Stella si muoveva con disinvoltura in mezzo a tegami e alambicchi, eseguiva tutti i passaggi come ipnotizzata, sbattendo con le sue forme anatomiche ovunque, evitando accuratamente Marina che per stordirla un po’ le fiata sul collo: Ammazzateo’ che ricetta raffinata e, tu i gamberetti come li passi in padella con l’olio?

No, ho spremuto mezzo limone e ho aggiunto un po’ di dado in un tegamino che sto facendo scaldare a fuoco medio. Poi metto i gamberetti sopra un piatto e innaffio con il contenuto del tegamino, poi aggiungo se ci piace ma, a noi piace, peperoncino e pepe. Si lascia raffreddare e anche questo si mette in frigorifero. Solo quando torna Antonio e siamo pronti per andare a tavola tiro fuori tutto e dispongo nelle coppette le foglie dell’insalata, mescolo la salsa ai gamberetti, cospargo con una manciata di prezzemolo ogni coppa e il cocktail è servito.

Marina scalpita, guarda Stella allarmata poi le dice una cosa banale: Si vede che hai lavorato in un ristorante, hai quella sicurezza che solo i cuochi possono ostentare, complimenti!

Stella con un sorriso: I complimenti me li farai dopo…

Stella abbassa lo sguardo e mentre Marina vorrebbe dire ancora qualcosa, entro con le bottiglie in mano.

Stella apre immediatamente il frigorifero e inizia a lavorare i gamberetti e a disporli nelle coppette poi, si butta ad aiutare Marina e me che sto preparando la tavola.

Inizio a versare nei calici da degustazione il vino bianco appena comprato e  opportunamente già fresco ed esorto le ragazze: Forza qua ci vuole un brindisi!

Finalmente si uniscono i calici e ha inizio la festa…

A tavola ognuno concentrato scava dalla sua coppa piccoli gamberi insaporiti di  Roquefort, tabasco, limone, prezzemolo, peperoncino e pepe: una rivoluzione in bocca di sapori forti che scivolano nei cunicoli del corpo soavi fino alle gambe rigenerando il sangue in una vampata di calore. Tutto questo mi induce a dire: Certo che il Roquefort, anziché la maionese, esalta il gusto dei gamberi. Complimenti Stella!

A ogni cucchiaiata le occhiate sono prima fugaci, poi intense, vogliose, e dopo solo il terzo calice colmo del nettare degli dei con le bollicine il primo a prendere l’iniziativa sono io che oggi, proprio oggi compio gli anni e mi ha preso la fissa del destino, che non è lì per caso!

Decido di osare: mi metto in ginocchio in mezzo a Marina e Stella ancora sedute, le bacio entrambe poi con lo sguardo cerco l’attenzione di Marina che ride, ride veramente divertita o forse già andata, poi, seria, si aggrappa al mio collo che inumidisce con la bocca, e con la lingua. Questa volta so che se mi lascio andare al mio istinto tutto può finire in una manciata di minuti. Lì in mezzo a due donne invischiato in un desiderio senza precedenti, è pericoloso. Così scivolo all’indietro lasciando che le due ragazze cadano l’una addosso all’altra, Stella e Marina neanche si guardano, rimangono un po’ perplesse, un po’ stordite e ridono un riso un po’ nervoso, tirato, ma le loro mani non hanno indugi, come mosse da un istinto animale, chissà… si fanno strada, aprono quelle camicette leggere e svelte, sottraggono alla coppa del reggiseno turgidi seni, ritti, appetitosi che solo sfiorandoli si arricciano tutti. Le loro lingue intraprendenti come spinte da una frenesia inaspettata cercano disperate e, a tutti i costi, di perlustrare il capezzolo di una o l’altra cosicché Marina cede e lascia fare ormai all’impertinente Stella.

Sono ormai eccitatissimo, mi avvicino e con una mano cerco gli umori di Stella. A quel tatto non posso darle più scampo, cerco da dietro il passaggio più schiumoso per infilare il mio arnese già furioso dall’attesa. È una libidine trovarsi risucchiato e nello stesso tempo spettatore attivo e passivo mentre sprofondato nel mio più egoistico piacere, osservo i capezzoli di Marina che comoda si lascia manomettere da Stella intenta a compiere peregrinazioni di lingua verso geografie più basse. Marina finalmente è tutta un lamento. Non ricordavo di averla mai sentita godere così libera quando voleva fare l’isola sul letto di bambù, probabilmente ora il giochetto le piace di più, e perciò, inerte e languida, si abbandona fino a quando Stella allunga audace la sua lingua e le tocca il punto estremo. Nascosto. Urla selvaggiamente e di lì a poco se ne viene in un orgasmo plateale. E così l’insegue anche Stella, forse contagiata o grazie alle mie spinte. Non capisco più niente. La testa naviga su un mare di vino. Onde di piacere si abbattano sugli scogli della mia povera testa. Sono sempre più eccitato come mai mi era successo perciò resisto al gioco, confuso, sudato, sfinito… cadiamo insieme in un groviglio di corpi abbandonati come serpenti in amore. All’improvviso, dalla tempesta alla quiete, un silenzio quasi irreale appena interrotto dagli scricchiolii della casa e dai passi dei vicini.

Mi sveglio di soprassalto, fuori è ancora buio. Ho un peso sullo stomaco, faccio per metterci sopra una mano e sfioro sorpreso dei capelli morbidi e poi in penombra distinguo appena i contorni di un viso: è Stella! Mi è rimasta appiccicata Stella. Sposto lo sguardo intorno. Marina non c’è, forse è in bagno, mi alzo perché voglio sorprenderla, magari con una carezza. A tentoni, brancolando nel buio arrivo fin sulla soglia del bagno ed è tutto buio, non c’è nessuna luce, di Marina nessuna traccia.

Porc…a miseria, vuoi vedere che se n’è andata?

Sì, Marina è andata via, si è rivestita in silenzio e si è chiusa la porta alle spalle… Mi è rimasta Stella, fedele al mio fianco, vado a prenderla, è ancora sul tappeto esausta immersa in un sonno profondo. La porto a letto, bevo solo un bicchiere d’acqua poi mi metterò vicino a lei e rassegnato l’abbraccerò.

Prima vado alla finestra nudo come sono e guardo fuori, la luce sta tornando e guardando le prime ombre muoversi, penso ancora al destino… ormai è una fissa… ero convinto in cuor mio che si è destinati alla propria sorte, e invece no! In realtà questa volta ho voluto superare me stesso, le mie zone d’ombra e godere fino in fondo di quella bella opportunità che Marina ci aveva dato e… mentre penso ancora sconvolto al cocktail, accendo la luce della cucina, sul tavolo c’è un biglietto…

Tutti i mercoledì al mercato del Testaccio arrivano freschi i gamberetti. Baci. Marina.

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