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Marilia Reffi - Ridatemi le balere ed i cappelletti!
Sabato, Agosto 23, 2014
   
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Marilia Reffi - Ridatemi le balere ed i cappelletti!

Dopo un breve periodo di inattività legato ai molteplici impegni professionali, Marilia Reffi - designer sammarinese nonché attenta osservatrice dei principali fenomeni sociologici - torna alla sua graditissima collaborazione con quiriviera.com. Buona lettura.

Romagna mia

C’era una volta un teatro. Un delizioso piccolo teatro all’italiana con poltrone di velluto, due file di palchi e un loggione. Là, da Capodanno a Carnevale si tenevano feste da ballo popolari, i mitici “veglioni”. Ricordo, bambina, la bolgia della gente che saltava tra una mazurca e un valzer, i vecchietti col sudore zampillante che si tergevano con fazzoletti bianchi grandi come bandiere, avvinghiati a signore attempate con mise che  avrebbero fatto impallidire persino Moira Orfei. C’era persino il Maestro Secondo Casadei che, nell’intervallo, scendeva nel ridotto del teatro e mangiava, come noi, scodelle di cappelletti fumanti nel brodo di cappone. Ricordo le feste di paese, quando era più intenso l’olezzo di alitate di vino che il profumo delle piade cotte sulla teglia dalle donne con la “parananza” bianca.

Ricordo il venditore di palloni e secchielli che allora girava per le spiagge arrancando come un naufrago con la sua rete immensa piena di palette, biglie, palle e salvagenti dai colori più che sgargianti: rossi che sapevano di lampone, gialli più violenti del tuorlo d’uovo, verdi inverosimili in natura, blu di tante tonalità da fare sbiadire di vergogna il nostro mare già di per sé piuttosto scialbo. E i venditori di gelati, con le cassette bianche e azzurre appese al collo, che avevano sempre una frase tra il galante e il volgarotto per fare arrossire compiaciute le “spose” sotto gli ombrelloni.

C’erano le balere; c’era la Casina del bosco e il dancing Las Vegas dietro al Caffè delle Rose ancora  ridondante di velluti e boiseries. C’erano gli hotel per famiglie e i bambini delle colonie tutti in fila con facce paonazze ed espressione tra il triste e l’annoiato trascinati per mano da signorine in interminabili file come nel girotondo finale del felliniano 8 e mezzo.

C’erano la Maria, la Delgisa, la Gradisca (era il vero nome di una signora che abitava nel Borgo San Giuliano, chiamata così perché il padre era un reduce da Grado:); c’erano Tonino, Baldo, Fafoun, Marein, Enein e c’era un Grand Hotel ancora leggendario che veniva guardato con languida ammirazione da chi pensava di non potere avere mai accesso agli ori e agli stucchi  della terrazza.

E oggi?  Il Teatro c’è ancora, ma non si può più danzare. Resta chiuso la maggior parte dei giorni in attesa di qualche evento. Non si possono fare feste da ballo perché dopo la ristrutturazione: “si rovina”. ll ridotto del teatro non si usa più. Né come bar, né come foyer né come spazio espositivo perché da tempo ci fa le prove la banda militare. Timpani, trombe, tromboni, piatti accalcati nella saletta tra archi di pietra e  abbondanza di specchi...

E le balere? E le feste di paese? Soppiantate ora. Non hanno retto nemmeno le mitiche discoteche anni ‘80 per cui la riviera era famosissima. Ora noi ci aggiorniamo, ci adeguiamo e ci omologhiamo. Adesso siamo trendy. MOOOLTO trendy. Facciamo Happy Hour nei Wine o Sushi bar, mangiamo finger food ( che tradotto significa  prendi con le mani la roba che hai nel piatto), ci dimeniamo al ritmo non più del violini della dinastia Casadei ma di tecno–afro-pop-lounge-etno-indie. E oggi le ragazze che frequentano questi simpatici ed ameni locali sulla spiaggia non hanno niente da invidiare alle più evolute cubiste cubane né alla classe della sobria Simona Ventura. I giovanotti son troppo impegnati a bere ettolitri di drink dai nomi esotici e inquietanti come Tequila Sunrise, Sex on the beach (tanto per non dimenticare cosa si fosse usciti a fare) o addirittura il cocktail Kamasutra piuttosto che mettere in pratica l’arte della seduzione dei romagnoli di altri tempi.

Sulla spiaggia le immobili e affezionate amanti del sole forse mummificate, qualche bambino con l’aria più strafottente e scafata dei colleghi delle colonie (e con gli occhi ancora più annoiati). Al posto di venditori di gelati e palloncini abbiamo miriadi di extracomunitari spesso mal tollerati e guardati con fastidio (come se loro si stessero divertendo). Ci sono africani che fanno la gioia delle signore con le imitazioni di borse griffatissime e di foulard firmati, ed indonesiani che vendono orecchini e finti tatuaggi. Qualche cinese che offre massaggi alla luce del sole per la gioia impertinente dei vicini di ombrellone che sbirciano divertiti i tremulii della cellulite.

E I nomi? Ora c’è Samantha con la h, poi Jessica, e magari Chanel come la figlia di Totti. Pure i soprannomi sono cambiati; non più Cargador o Zanza, ma Jak, Bubi, Roby, come fossimo tutti figli di Briatore.

Io rivoglio i cappelletti!. E le balere vere. E i profumi della mia Romagna. Caciarona, forse volgare, ma così vitale. Per fortuna esiste ancora a Gatteo a Mare una spiaggia dove al mattino presto si aprono le danze al suon di liscio e le animatrici non sono delle gnocche stratosferiche di plastica, ma signore sulla settantina con capelli bianchi e occhiali che squillano tra un cappuccino e un po’ di vino mattiniero: “Ma bisogna tirar su di morale questa gente!".

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