Piccari non è il "solito notista" politico - la frequentazione con il mondo dei partiti risale a qualche decennio fa - bensì la penna più brillante e "provocatoria", se in politica possiamo parlare ancora di sana provocazione, dell'intera provincia riminese.
Per i lettori del nostro sito confezionerà ogni 15 giorni la sua specialissima lettura dei fatti, o non fatti, di questo non facile territorio. Inforcate gli occhiali e buona "visione".
Gran bella gara l'edizione 2010 dell'Oscar riminese della comicità politica. Fino a qualche settimana fa, pochi dubitavano delle chances di vittoria del legaiolo on. Pini, in virtù di una sua dote pressoché unica: mentre altri esponenti politici fanno ridere per quello che dicono, lui riesce addirittura a suscitare una sorta di “ilarità preventiva”. Infatti, non appena ci si accinga ad ascoltarlo o a leggerlo, si sa già che qualunque cosa dirà o abbia scritto, sarà comunque “una comica”, per cui tanto vale mettersi a ridere subito. Lo si riteneva in grado di sbaragliare gli altri concorrenti soprattutto in virtù delle sue ululanti maledizioni politiche verso i nemici della “Padania-Pirlandia”. La più recente è quella contro i brillanti successi aeroportuali di Massimo Masini, il Presidente di Aeradria che ha ripagato con gli interessi i passati sgarbi della concorrenza aviatoria forlivese. Dietro a quei successi, solo un luminare del pensiero futile poteva scorgere «i soldi delle banche di San Marino», le quali, come si sa, in questo momento...crepano di salute. Ma il più grande capolavoro di comicità, a scopo iettatorio, è la sua indefessa pratica di riti vudù contro il Palacongressi; a danno dei Riminesi, prima ancora che di Cagnoni, Piacenti, albergatori, commercianti, ecc. Oggi, tuttavia, “l'on. Piloni da Forlì” non è più tanto sicuro di vincere quell'Oscar, essendo sopraggiunti degli agguerriti contendenti. Innanzi tutto i promotori dell'insuperabile carnevalata del “referendum per Viserba Comune”, dove la comicità politica si fonda su di una massiccia dose di sado-masochismo. Per quante ragioni abbia quella frazione di lamentarsi di Rimini, pensare di superarle “mettendosi in proprio” sarebbe il classico cadere dalla padella alla brace. Solo chi viva sulla luna può ignorare che, grazie a Tremonti, tutti i Comuni, di ogni colore e dimensione, sono oggi in drammatica emergenza finanziaria, con la prospettiva di ridursi alla fame qualora arrivi quella sciagura chiamata “federalismo”. Una tale situazione renderà non più procrastinabile l'unica misura di sopravvivenza capace di “far risparmiare qualche soldino” da destinare ai servizi: la drastica riduzione del numero dei Comuni, da ottenere accorpandone quanti più possibile. Loro invece, i “separatisti della Sacramora”, sognano di curare le ferite inferte da Rimini, vere o presunte che siano, con una nuova “pisciatina istituzionale” e si mettono a giocare a Monopoli: “Vogliamo Rivabella e un po' di Santa Giustina, ma niente Torre Pedera, per carità; quei grezzi vadano con Santarcangelo, così quando transiteranno da Viserba per andare a Rimini ci dovranno pagare il pedaggio".
Ma ad insidiare più di tutti la vittoria dell'on. Piloni da Forlì è la new entry riccionese Cosimo Iaia. Egli siede in quel Consiglio Comunale dove, pochi giorni fa, il suo collega Tirincanti – traslocato come lui dal Partito di Nenni e Pertini a quello di Berlusconi e Dell'Utri – ha mandato prima al tappeto e poi all'ospedale il consigliere neo-finiano Ciabochi, reo di aver espresso giudizi politici a lui sgraditi. Un'aggressione che i colleghi del PDL (Pugile della Libertà) Tirincanti hanno disperatamente cercato di derubricare a semplice “caso personale”, quasi che il povero Ciabochi fosse stato pestato per motivi di donne o per una banale lite di condominio. Ma lo Iaia – è qui sta l'exploit comico – è andato ben oltre, arrivando ad affermare che «sono Sindaco e PD che alimentano l'odio con accuse false e pregiudizievoli», solo per aver chiamato il gesto di Tirincanti col suo nome: un atto di violenza politica. Di già che c'era, Iaia avrebbe anche potuto aggiungere che Ciabochi ha in fondo avuto ciò che chiedeva; perché se è vero che la frase che gli è valsa il ko era stata «non voglio morire socialista», bisogna riconoscere che Tirincanti l'ha accontentato: con quel “pugno socialista” mica l'ha ucciso, gli ha solo fratturato il setto nasale!
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