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Nando Piccari - Fondazione Fellini, ovvero l'era consolare
Lunedì, Aprile 21, 2014
   
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Nando Piccari - Fondazione Fellini, ovvero l'era consolare

Piccari non è il "solito notista" politico - la frequentazione con il mondo dei partiti risale a qualche decennio fa - bensì la penna più brillante e "provocatoria", se in politica possiamo parlare ancora di sana provocazione, dell'intera provincia riminese.

Per i lettori del nostro sito confezionerà ogni 15 giorni la sua specialissima lettura dei fatti, o non fatti, di questo non facile territorio. Inforcate gli occhiali e buona "visione".

Con la nomina di Pier Luigi Celli a Presidente e di Paolo Fabbri a Direttore, al vertice della Fondazione Fellini si è insediata una nuova “gestione consolare” – così l'ha chiamata Fabbri – che fra i suoi obiettivi si propone anche la ricucitura dei rapporti con gli eredi del grande regista. A dire il vero, l'esordio non è parso a tal proposito dei migliori, visto che a consegnare il Premio Fellini è stata quest'anno chiamata, fresca di gloria dall'Isola dei Famosi, colei che il 30 marzo 2000 fece titolare al “Corriere della Sera”: «Sandra Milo raggela la festa per Fellini», in virtù delle sue gratuite affermazioni scandalistiche durante la cerimonia del giorno prima a Cinecittà, che provocarono sconforto e indignazione a Maddalena.

Sempre in tema di gaffes, che dire di Andrea Muccioli, che all'atto di ricevere il contestato Sigismondo d'Oro si è ben guardato dal ringraziare il Sindaco di Rimini che gliel'aveva conferito, con l'aria anzi di far capire che era ora che gli venisse dato? Salvo poi rivolgere un sarcastico “ringraziamento” al figlio di Maranzano e a chi protestava insieme a lui in piazza Cavour, «perché ci aiutano a custodire il perdono e la tolleranza». Mia nonna avrebbe detto: “ui vò un curag com amazè un lioun!”

Venendo invece ai lustrini del Capodanno riminese in TV, so bene che io non faccio testo, data la cronica orsaggine che per anni mi ha fatto vivere come “dovere d'ufficio” le poche occasioni mondano-festaiole a cui non ho potuto sottrarmi; e che oggi, non avendo più obblighi presenzialistici da onorare, mi consente di stare rintanato nella mia Montefiore, che da quando ha cessato di essere un protettorato di Berselli, ha ormai solo il ricordo delle festose fanfare militari che settimanalmente riempivano la piazza di suoni, o delle volteggianti Frecce Tricolori che trimestralmente solcavano il cielo sovrastante la Rocca. Non riesco pertanto ad appassionarmi al tradizionale dibattito che ogni anno, puntualmente, si apre a ridosso e a rimorchio di questo ormai abituale appuntamento televisivo, per soppesarne costi, riuscita e utilità. Se però, come paiono confermare i dati, è vero che di quella kermesse beneficiano a iosa alberghi ed esercizi commerciali, mi sembra che questa volta, uscendo dal suo defatigante ondivagare degli ultimi tempi, l'abbia azzeccata Fabio Pazzaglia (il neo-acquisto e candidato sindaco di Sinistra e Liberà, che però è ancora iscritto al PD e lo scorso anno invitava a votare per “i grullini a cinque stalle”) quando ha detto: «allora contribuiscano a pagarla anche gli operatori economici».

In quanto ad “onoranze comunali delle festività”, devo però confessare la mia totale ammirazione per la bellissima scelta di Edda Negri, Sindaco di Gemmano (lo so, è di destra; ma non si può avere tutto dalla vita...), la quale ha disposto che il suo Comune installasse un'unica luminaria, destinando la somma così risparmiata all'acquisto di libri e giochi per la scuola elementare del suo paese; che come in tutta Italia, grazie alla “cura Gelmini”, avrà anch'essa più che mai bisogno di... iniezioni di buon cuore, nonostante quanto riescono ancora a fare, almeno da noi, Regione e Provincia. Con buona pace della Consigliera Comunale di Rimini Giuliana Moretti (PDL, ovviamente), la quale si è di recente prodotta in una delle più riuscite recite di involontaria comicità, affermando che «la Provincia si fa bella annunciando l'elargizione di migliaia di euro alle scuole, quando in fondo non fa altro che svolgere il proprio dovere». E qui mia nonna avrebbe detto: “Di' sò burdèla: mo da bon da bon?”


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