Lunedì, Maggio 21, 2012
   
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Pasini descrive le Vicende del patrimonio riminese

Quando si ammira un’opera d’arte, non sempre si pensa che quel dipinto o quella scultura hanno una storia. Una storia non solo legata all’artista che ha realizzato l’opera, ma comprendente una serie di vicissitudini che hanno portato l’opera a essere spostata, venduta, depredata, divisa.

Di queste vicissitudini racconta il nuovo volume di Pier Giorgio Pasini intitolato “Vicende del patrimonio artistico riminese” (Panozzo editore). Il libro prende in esame il periodo che va dall’Ottocento ai giorni nostri, riportando gli episodi positivi e negativi di cui sono stati protagonisti quadri, statue, sculture e dipinti nati, “passati” o tuttora esistenti in città.

La premessa da cui parte lo storico riminese afferma che solo con l’Illuminismo si è compresa la rilevanza dell’arte come testimonianza di civiltà, ma non sono mancati – anche in tempi recenti – momenti di disinteresse o addirittura di incuria, abbandono, distruzione di opere importanti.

Le vicende di cui tratta Pasini non sempre sono opera dell’uomo. Considerando gli aspetti negativi, va ricordato che Rimini ha subito un terremoto disastroso nel 1916, che ha deturpato in qualche caso in maniera irreparabile edifici e monumenti di grande pregio e bellezza.

Ma seguiamo l’ordine cronologico stabilito dal volume, che si apre col capitolo “Tra rapine e dispersioni all’inizio dell’Ottocento”, in cui si fa riferimento anche al periodo napoleonico che ha portato, a Rimini, un numero fortunatamente limitato di razzìe. L’operato dell’imperatore di Francia ha causato però enormi perdite con la chiusura di chiese e conventi, soppressione di ordini monastici e dispersione dei relativi patrimoni devozionali.

Il volume prosegue analizzando i provvedimenti di tutela fra il 1820 e il 1870, l’attività di Luigi Tonini, la formazione della “galleria” comunale e la dispersione delle “gallerie” private. Poi i restauri ottocenteschi, “burocrazia e incompetenza nei decenni tra i due secoli” per arrivare al già citato terremoto del 1916 e alla scoperta della pittura riminese del Trecento e alla creazione della pinacoteca civica.

Alla pittura del Trecento e in particolare al grande dipinto del “Giudizio universale” Pasini dedica un saggio in Appendice, dove riserva uno spazio anche a “Giotto pittore”. Quest’ultimo capitolo rappresenta una curiosità che dimostra come, a fronte di tanta indifferenza, tra i riminesi si ritrovino anche personaggi dotati di grande sensibilità e generosità. A “Giotto pittore” era intestato, racconta Pasini, un libretto di risparmio al portatore aperto nel 1921, dunque circa sei secoli dopo la morte dell’artista.

Altri esempi positivi di salvataggi eroici di opere d’arte e di gesti eccezionali, costellano il volume edito da Panozzo. Tra gli episodi che meritano di essere ricordati, vi è il “complotto” ordito dai riminesi per salvare dalle requisizioni napoleoniche la statua raffigurante il pontefice Paolo V. I cittadini, nel 1797, “trasformarono” il papa nel vescovo Gaudenzo, patrono della città, e la scultura così non fu trafugata, rimanendo dov’era e dove si trova ancora, al centro di piazza Cavour.

Il volume di Pasini, 176 pagine con un ricco apparato di immagini e foto d’epoca, affronta anche gli anni del fascismo e della guerra (con le relative distruzioni causate dai bombardamenti), il dopoguerra e gli ultimi decenni.

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