Tornano su questo sito, il primo sabato di ogni mese, le recensioni di Paolo Zaghini, direttore della Biblioteca Comunale “Giovanni Antonio Battarra” di Coriano. Una volta al mese, e non più tutte le settimane come è avvenuto per 18 volte dall’1 marzo al 5 luglio 2010. Ogni lunedì invece leggete la sua recensione di un libro locale sulle pagine de Il Resto del Carlino – Cronaca di Rimini. Per chi volesse inviare suggerimenti o commenti: pzaghini@rimini.com.
NARRATIVA
Patrick O’Brien
L’ULTIMO VIAGGIO DI JACK AUBREY
Longanesi
Al momento della morte nel gennaio 2000, a 85 anni, Patrick O'Brian stava lavorando al seguito di "Blu oltre la prua", il suo ventesimo romanzo dedicato a Jack Aubrey e Stephen Maturin. Libri scritti fra il 1969 e il 1999. A grande richiesta dei suoi fan viene ora pubblicato il suo vero (e incompiuto) ultimo romanzo: sono solo 65 pagine, ma affascinanti per quello che la storia sembrava promettere… Una perla per tutti i cultori del grande scrittore inglese. Jack Aubrey e Stephen Maturin provenienti dal Cile, sul Rio de la Plata al confine fra Argentina e Uruguay, vengono raggiunti dalla moglie e dalle figlie di Aubrey e dall’affascinante amica di Maturin. È in programma un viaggio in Sudafrica, ma potrebbe anche essere che la meta diventi Sant'Elena, dove si trova in esilio Napoleone... L'inedito è accompagnato da un corposo saggio storico-letterario di Gastone Breccia, docente di storia all’Università di Pavia ed esperto di storia militare, sulla Royal Navy dei primi anni del XIX secolo, dove vengono illustrati l'organizzazione della flotta, la tipologia e l'armamento dei vascelli, le attrezzature e gli strumenti della navigazione a vela, la vita di bordo e altre curiosità. “L’arte narrativa di O’Brien si accompagna a una sensibilità storica del tutto fuori dal comune, capace di trasmettere un’immagine originale e vivissima, oltre che accurata, dell’Inghilterra e della sua marina nel cruciale periodo delle guerre napoleoniche”.
Glenn Cooper
LA BIBLIOTECA DEI MORTI
Editrice Nord
Personaggio quanto mai eclettico questo Glenn Cooper, nato nel 1953: cresciuto alla periferia di New York, si è laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. In seguito ha lavorato nel campo dell'industria farmacologica, diventando presidente e amministratore delegato di un'importante azienda di biotecnologie del Massachusetts.
Nel 2009 ha pubblicato il suo primo libro, “La Bibiblioteca dei morti” tradotto in 22 paesi. Seguiti in breve tempo da altri due volumi, “Il libro delle anime” e “La mappa del destino”. Ma Cooper è anche sceneggiatore e produttore cinematografico.
Questo romanzo comincia nel dicembre 782 in un’abbazia sull’isola di Vectis (Inghilterra), quando il piccolo Octavus, accolto dai monaci per pietà, prende una pergamena e inizia a scrivere un’interminabile serie di nomi affiancati da numeri. Un elenco enigmatico e inquietante. Questo romanzo comincia il 12 febbraio 1947, a Londra, quando Winston Churchill prende una decisione che peserà sulla sua coscienza sino alla fine dei suoi giorni. Una decisione atroce ma necessaria. Questo romanzo comincia il 10 luglio 1947, a Washington, quando Harry Truman, il presidente della prima bomba atomica, scopre un segreto che, se divulgato, scatenerebbe il panico nel mondo intero. Un segreto lontano e vicinissimo. Questo romanzo comincia il 21 maggio 2009, a New York, quando il giovane banchiere David Swisher riceve una cartolina su cui ci sono una bara e la data di quel giorno. Poco dopo, muore. E la stessa cosa succede ad altre cinque persone. Un destino crudele e imprevedibile. Questo romanzo è cominciato e forse tutti noi ci siamo dentro, anche se non lo sappiamo. Perché non esiste nulla di casuale. Perché la nostra strada è segnata. Perché il destino è scritto. Nella Biblioteca dei Morti.
Una scrittura fluida, un impianto narrativo monumentale, un ritmo serrato, senza cali di tensione per un romanzo di esordio stupefacente. Degno dei migliori autori di thriller a livello internazionale, Glenn Cooper crea un plot di altissimo livello, che si legge tutto d'un fiato, che coinvolge e convince, fino all'ultima pagina. Un successo di pubblico straordinario.
Mordecai Richler
LA VERSIONE DI BARNEY
Adelphi
Richler (1931-2001) fu uno scrittore e sceneggiatore canadese. Nato e cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa, si stacca sin da giovanissimo da ogni pratica religiosa ma il quartiere ebreo di Montreal sarà lo sfondo costante dei suoi romanzi. Il successo, di critica e di vendite, gli arriva nel 1959 con “L’apprendistato di Duddy Kraavitz”. Ma è nel 1997 che Richler regala al mondo il più memorabile dei suoi personaggi: Barney Panofsky, nel romanzo “La versione di Barney”. Nonostante le differenze tra l'autore e il personaggio, e le smentite di Richler, il romanzo è una sorta di autobiografia, nella quale si riversano le emozioni e le esperienze di un ingombrante settantenne. Il libro ha un grande successo e in Italia in particolar modo diviene un vero e proprio caso letterario. Vengono vendute più di 100.000 copie e Barney, il protagonista, viene trasformato in una sorta di icona culturale, politicamente scorretta, del nuovo millennio. Non a caso celebrato da Giuliano Ferrara su Il Foglio come “monumento contro il politically correct e la retorica, il pensiero fatto e la seriosità”.
Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall'accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose, diffuse dal suo arcinemico Terry McIver. Così, fra quattro dita di whisky e una boccata di Montecristo, Barney ripercorre la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta che dal quartiere ebraico di Montreal lo ha portato nella Parigi dei primi anni Cinquanta e poi di nuovo in Canada, a trasformare le idee rastrellate nella giovinezza in "sitcom" decisamente popolari e altrettanto redditizie. L’uscita del film, nelle sale italiane dal 14 gennaio, diretto da Richard J. Lewis, con Paul Glamatti e Dustin Hoffman (un buon film!) è riuscito nuovamente ad attirare l’attenzione dei lettori su questo straordinario libro.
SAGGISTICA
Alberto Angela
IMPERO.
Viaggio nell’impero di Roma seguendo una moneta
Mondadori
Non tutti gli appassionati di storia sono necessariamente persone laureate. Esiste un’ampia fascia di lettori (o di telespettatori di documentari di qualità) che amano immergersi in epoche passate, guidati da competenti guide in grado di fargli conoscere avvenimenti, periodo storici, personaggi. Nel passato si sono cimentati con la storia divulgativa personaggi come Indro Montanelli, Enzo Biagi. Poi è arrivato in TV Piero Angela, che ha lasciato il testimone al figlio Alberto, che ama però anche scrivere di storia. E’ il caso di questo suo nuovo libro, dedicato ancora alla storia romana.
"Come si viveva nell'Impero romano? Che tipo di persone avremmo incontrato nelle sue città? Come sono riusciti i romani a creare un Impero così grande, unendo popolazioni e luoghi così diversi? Il libro che avete in mano è, idealmente, la prosecuzione di 'Una giornata nell'antica Roma'. Lì si raccontava la vita quotidiana nella capitale attraverso lo scandire delle ventiquattro ore. Ora immaginate di alzarvi la mattina seguente e di partire per un viaggio attraverso tutto l'Impero. Per compiere questo viaggio basterà seguire un sesterzio. Soffermandoci sulle persone che via via entrano in possesso della moneta, scopriremo i loro volti, le loro sensazioni, il loro modo di vivere, le loro abitudini, le loro case. Il viaggio è ipotetico, ma del tutto verosimile. I personaggi che incontreremo sono realmente vissuti in quel periodo e in quei luoghi. I loro nomi sono veri e svolgevano effettivamente quel mestiere. Tutto è il frutto di un lavoro di ricerca su stele tombali, iscrizioni e testi antichi. Allo stesso modo, pressoché tutte le battute che sentirete pronunciare da tali personaggi sono 'originali': provengono infatti dalle opere di famosi autori latini come Marziale, Ovidio o Giovenale. E tappa dopo tappa, scoprendo il 'dietro le quinte' dell'Impero, ci accorgeremo di quanto il mondo dei romani, la prima grande globalizzazione della storia, fosse in fondo molto simile al nostro”. Ogni personaggio è realmente esistito e ogni frase pronunciata si trova negli annali del tempo. E fra questi luoghi e personaggi che Alberto Angela racconta c’è Ariminum, la nostra città, ed il personaggio descritto è il medico chirurgo che visse nella domus romana riscoperta qualche decennio fa in Piazza Ferrari (ma allora era in riva al mare). Uno dei siti archeologici romani più importanti al mondo, meta di studiosi e turisti provenienti da innumerevoli paesi. Ma quanti riminesi saranno andati a vederla? Mi auguro tanti. E chi non lo avesse ancora fatto lo invito caldamente a farlo, perché ne vale la pena. C’è la domus per gli archeologi, ma c’è anche la domus per i curiosi di storia incuriositi dal racconto di Angela.
Carlo Fruttero – Massimo Gramellini
LA PATRIA, BENE O MALE.
Almanacco essenziale dell'Italia unita (in 150 date)
Mondadori
Sono 150 racconti contratti, ridotti all'essenziale e dolorosamente privi di infiniti risvolti, sacrifici dettati dalle necessità grafiche del quotidiano torinese "La Stampa" che ha avuto l'idea e che ha pubblicato nei mesi scorsi queste pagine. L’intento degli autori era di offrire un'infarinatura di storia d'Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l'hanno mai avuta.
"Non sembra il caso di suggerire ai nostri lettori di non aspettarsi i grandiosi affreschi di Tucidide o Tacito, di Machiavelli o Gibbon. Tutti sanno che non siamo storici e non avremmo comunque il mestiere e il genio per guardare a tali altezze. Ma da quei maestri una lezione l'abbiamo pur appresa: la Storia obiettiva, la Storia imparziale, la Storia definitivamente veritiera non esiste, può essere soltanto un'aspirazione, una meta intravista e irraggiungibile. Ogni pagina di questo libro è arbitraria e contestabile. Abbiamo scelto 150 giornate a nostro avviso significative, distribuendole equamente fra i quindici decenni dell'Italia Unita. Ma cosa vuol dire significative? Alcune erano obbligatorie, ma molte altre, non senza lunghe discussioni tra di noi, sono state incluse o escluse, con intendimenti ragionevoli e tuttavia opinabili. A ogni capitoletto di questa ormai lunga vicenda abbiamo cercato di dare un taglio narrativo, di partire da un particolare più vivido per evitare ai nostri lettori la triste impressione del grigiore scolastico”.
Carlo Fruttero (nato nel 1926, romanziere) e Massimo Gramellini (nato nel 1960, giornalista e vice-direttore de La Stampa oltre che collaboratore di Fazio “A che tempo che fa”) hanno unito le loro intelligenze per offrire ai lettori un libro sulla storia del nostro Paese in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. Hanno scelto 150 giornate significative dal 1861 a oggi, distribuendole equamente tra i quindici decenni dell’Italia unita. In ogni capitoletto di questa lunga narrazione nazionale hanno evidenziato un personaggio, un episodio, partendo dal particolare più vivido per illustrare una pagina di storia più grande e per evitare ai lettori la noiosa impressione di un testo scolastico. Il risultato sono 150 racconti ridotti all’essenziale e molto godibili che risvegliano l’interesse per la recente storia d’Italia e il gusto di una lettura a tratti impegnata e per certi versi anche frivola. L’impressione finale è che questa Patria sia una difficile Patria, più volte sull’orlo del baratro, più volte nel baratro precipitata, con continue riprese, anche stupefacenti, anche ammirevoli. C’è da inorgoglirsi, ma purtroppo anche di che vergognarsi. Un Paese irritante, fastidioso, quasi sempre dilaniato da emotività contrapposte e che potrebbe fare molto di più.
Alberto Cairo
MOSAICO AFGHANO. VENT’ANNI A KABUL
Einaudi
Il mestiere di Cairo è fare braccia e gambe: lavora per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (dirige i Centri ortopedici) e vive in Afghanistan dal 1990. A partire dal 1990 ha visto succedersi in Afghanistan il regime filo-comunista di Najibullah, quello dei mujahiddin, dei talebani, e quello di Karzai sostenuto dagli eserciti stranieri, ognuno promettendo pace e sicurezza. Suoi punti di osservazione sono i centri di riabilitazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa in cui lavora. Sparsi per l'Afghanistan, strutture di riferimento per gente d'ogni etnia e ceto, i centri hanno affrontato negli anni profondi mutamenti, divenendo scuole di speranza, spesso in bilico tra farsa e tragedia. Perché l'Afghanistan? Arrivato per restarvi un breve periodo soltanto, gli eventi, gli afgani e il lavoro per i disabili hanno cambiato i suoi piani. Non senza dubbi e difficoltà. Ed è solo ascoltando la popolazione che ha imparato a comprendere il paese e a trasformare il suo lavoro per rispondere ai veri bisogni della gente. Narra, come in un romanzo, un Afghanistan visto attraverso gli occhi della gente comune e delle migliaia di disabili curati, racconta il suo lavoro, gli incontri che l’hanno cambiato e le storie di persone alla ricerca di pace e dignità, fra tragedie e farse. Venti anni vissuti in uno dei paesi più difficili del mondo, in mezzo a guerre e a distruzioni, cercando di aiutare più persone possibili. Conclude il libro questa frase: “La tranquillità non è nel destino di questo paese. E neppure nel mio”.
SCAFFALE LOCALE
Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini
PER LILIANO FAENZA.
I libri, la vita, l’opera di un intellettuale in provincia
A cura di Oriana Maroni
Guaraldi
A due anni dalla morte di Liliano Faenza (1922-2008) a fine 2010 l’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini ha fatto uscire questo volume a Lui dedicato. “Un intellettuale del Novecento” – lo definisce la curatrice – “storico, saggista, scrittore”. “ Scrittore di provincia solo per dato anagrafico e non per valore di penna” come scrive nel suo saggio Antonio Montanari.
Il volume “Per Liliano Faenza” contiene due suoi inediti (uno sul dialetto e uno sulle intraprese editoriali riminesi dei turbolenti anni della ricostruzione), le riflessioni di Piero Meldini, Antonio Montanari, Stefano Pivato, Pietro Caruso, i ricordi privati dei nipoti Andrea e Francesca Faenza. Inoltre la bibliografia dei suoi volumi e dei suoi articoli editi in oltre cinquanta anni di attività e il catalogo della sua biblioteca privata, oggi suddivisa fra la Biblioteca “Battarra” di Coriano e la Biblioteca Gambalunga di Rimini.
La vita di Liliano ha attraversato la storia riminese dalla metà degli anni quaranta: tutto e tutti conosceva, con una curiosità continua per tutto ciò che accadeva in città nel mondo della cultura e della politica. Impiegato alle Officine ferroviarie, impegnato in politica con il Partito Socialista, studioso di storia locale ma con un respiro nazionale (esemplare in tal senso “Comunismo e cattolicesimo in una parrocchia di campagna” edito da Feltrinelli nel 1959), giornalista, autore di testi dialettali (sua la più famosa commedia dialettale in scena sui nostri palcoscenici ormai da oltre cinquant’anni “Stal mami”). Sigismondo d’oro, massima onorificenza comunale, nel 2000. Per oltre trent’anni trovò ospitalità, affetto, attenzione presso l’Istituto per la storia della resistenza di Rimini che in cambio ottenne da lui ricerche, pubblicazioni, contributi importanti per la conoscenza della storia di Rimini. Fu uno scambio quanto mai proficuo per entrambi.
Si sapeva delle sue corrispondenze “importanti”, ma il dono (assieme ai libri) fatto dai nipoti alla Gambalunga delle tantissime lettere ricevute e conservate da Faenza (solo alcune delle quali pubblicate nel volume) sono di grande rilievo, sia per i temi trattati sia per la dimostrazione di una frequentazione amichevole ed importante con questi personaggi: da Luigi Preti a Lelio Basso, da Norberto Bobbio a Ernesto Rossi.
Ha scritto Liliano di sé: “Io (…) mi piaccio. Se rinascessi, vorrei essere quello che sono, con tutti i miei difetti e anche le mie curiosità. Sono un sognatore. Non amo viaggiare, per me Covignano vale più dell’Everest”.
Chiude il suo ricordo Sergio Zavoli: “La storia della città è passata per le sue mani nei libri, con i saggi, sui quotidiani, e siamo in tanti a ricordare il respiro calmo della sua umanità ferma e solidale, schiva e presente: lui e il suo perenne camminare dalla casa di via Balilla verso i Bastioni o la biblioteca civica, con un libro e qualche giornale sotto il braccio”. Così tanti riminesi lo ricorderanno ancora a lungo.
Gianni Fucci
Da un chev a l’elt
(Da un capo all’altro)
Antologia delle opere poetiche (1981-2010)
Il Ponte Vecchio
Un libro importante per la conoscenza dell’opera poetica complessiva di uno dei maggiori poeti santarcangiolesi, Gianni Fucci, nato nel 1928: “Da un chev a l’elt”. Antologia delle opere poetiche (1981-2010). Ottimamente prefato da Franco Brevini, docente di letteratura italiana all’Università di Bergamo e collaboratore culturale de Il Corriere della Sera, il libro racconta la storia poetica di Fucci, selezionando i migliori testi poetici dalle sue 7 raccolte (180 liriche su un totale di oltre 400), da quella di esordio nel 1981 “La mórta e e’ cazadòur” (Maggioli) sino all’ultima del 2005 “Vént e bandìri” (Raffaelli). “L’antologia dell’opera poetica in dialetto di Gianni Fucci offre al lettore un documento in più della vitalità di quella straordinaria officina poetica novecentesca che è stata Santarcangelo di Romagna. Un fenomeno per molti versi sorprendente, che mostra come la lezione di un grande poeta – mi riferisco ovviamente a Tonino Guerra – possa fecondare positivamente anche una realtà periferica, in precedenza estranea alle vicende della poesia romagnola” (dalla Prefazione di Brevini). Una poesia personalissima, densa di immagini e, in una lingua cui Fucci è rimasto fedele, più e meglio degli altri intellettuali che si raccoglievano nel “circal de giudéizi” e che da Santarcangelo si allontanarono.
Benchè anagraficamente assai vicino a Guerra (1920), a Pedretti (1923) e a Baldini (1924), le cui opere incominciano ad essere edite dagli anni ’70, Fucci appartiene alla seconda ondata dei santarcangiolesi, quella degli anni ’80, assieme alla poetessa Giuliana Rocchi. Nella ricerca della “propria voce poetica” – afferma Brevini – Fucci “ha dovuto fare i conti con tutte le difficoltà di chi si ritrova predecessori troppo illustri. Essere quarto fra cotanto senno non gli ha certamente reso la vita più facile”. Ma “volendo tentare una prima caratterizzazione della poesia di Fucci, si può dire che egli si colloca agli antipodi della narrativa in versi di Baldini, come del secondo Guerra dei poemetti. Più congeniale la lirica di Pedretti, da cui tuttavia Fucci si differenzia subito per una pronuncia più letterariamente preziosa”.
Ma Fucci è autore, assieme a Giuseppe Bellosi, anche di un prezioso volume, “Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del Novecento” (Pazzini, 2006) che testimonia la sua profonda conoscenza dell’intera poesia romagnola, in particolare del secondo Novecento. Una guida indispensabile per orientarsi fra gli autori che hanno ridato nuova vita e spessore culturale al dialetto romagnolo scritto, da un lato, assieme alle compagnie teatrali dialettali per il dialetto romagnolo parlato, dall’altro.
Gianni, uomo semplice, dalle tante vite lavorative (perito edile, bracciante agricolo, muratore, gestore di ristoranti, aiuto regista con Flavio Nicolini ed Elio Petri, bibliotecario), ha festeggiato da poco gli 82 anni. Ho ricevuto per le feste di Natale, come tanti altri amici, l’annuale sonetto di auguri. L’ho sentito per telefono recentemente: la sua passione civile ribolle di fronte alle notizie della TV. Condivido dunque l’amara valutazione finale della Prefazione al volume di Brevini: “Negli ultime testi dell’antologia il mondo clamoroso delle cronache filtra a tratti nel microcosmo del poeta intento a celebrare la sua desolata liturgia senile. Le guerre, la violenza, l’insensatezza televisiva: temi che occorrerebbe affrontare. Ma intorno sono venuti meno gli interlocutori di un tempo e l’ultima parola del libro è di sfiduciata rinuncia: “Bsugnarébb zcòrni: / zcòrni sa chèi?”.
Comune di Rimini
IL PIANO STRATEGICO DI RIMINI E DEL SUO TERRITORIO.
Documento finale
Comune di Rimini
Lo so, lo so … che Voi mi direte che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ovvero sono ancora una volta solo sogni. Eppure, credetemi sulla parola, è bello per una volta leggere i possibili scenari futuri su cui Rimini, la nostra Città, può crescere, migliorare e diventare più bella per tutti. Questo “Documento finale” del Piano Strategico, passato in Consiglio Comunale qualche mese fa, racconta il lavoro di 3 anni del Comitato Promotore (Comune, Provincia, Camera di Commercio e Fondazione CARIM), del suo Comitato scientifico, del Forum (a cui hanno partecipato 55 associazioni economiche, sindacali, ambientaliste, culturali e sociali), degli 8 gruppi di lavoro (oltre 300 le persone che hanno dato il loro contributo). Si è cercato “di dare voce alla città”, con “una elaborazione collettiva e partecipata”. Ma che cos’è il Piano Strategico? “E’ un atto volontario della comunità per la definizione del futuro della città nei prossimi vent’anni e dei valori su cui si fonderà il nostro sviluppo”. Un’impresa condivisa tra soggetti pubblici e privati: “Lo sviluppo locale è sempre di più il frutto dell’azione sinergica di più attori: privati, pubblici, sociali, economici, culturali, ecc. che devono reciprocamente auto condizionarsi per adottare una strategia comune, efficace al conseguimento degli specifici obiettivi di sviluppo”. Un modo per Rimini di scegliere “consapevolmente e in modo partecipato la strada del proprio futuro nella tempesta di una crisi globale”. Il Piano Strategico è “una pianificazione strategica territoriale non alternativa alla pianificazione urbanistica, ma che di questa deve considerare limiti e fallimenti, per favorire un salto di qualità e consentire, partendo da obiettivi, azioni, politiche e progetti condivisi, di sviluppare la fase attuativa coerentemente agli obiettivi di sviluppo locale, qualità urbana e sostenibilità”. C’è tanto politichese in questa documento, ma i 5 “grandi ambiti d’intervento” che sono emersi dal lavoro dei gruppi creano sicuramente stimoli, suscitano forti emozioni, chiedono alla politica impegni concreti. Partendo dal dato di fatto che “Rimini è terra d’incontri e delle relazioni” e che questo è “il tratto caratterizzante che ci rende unici, attrattivi e competitivi nello scenario globale”, sono delineati gli ambiti d’intervento: 1) un nuovo rapporto con il mare (“il mare diviene elemento fondante di un nuovo concetto di benessere e per lo sviluppo di un volano di ricerca e di innovazione di settore dell’impresa del benessere, generando così un nuovo concept di turismo”); 2) la grande sfida della mobilità (“presupposto fondamentale alla realizzazione di Rimini città grande dallo stile di vita invidiabile”); 3) un sistema d’imprese fatto di persone e innovazione (“costruire un territorio competitivo ed attrattivo quale fondamento per la realizzare e potenziare un sistema d’impresa innovativo che investa sul merito e sulla qualità delle persone”); 4) la qualità di un territorio ricomposto e coeso (“un territorio che si ricongiunge nelle sue varie parti, ricomponendo e recuperando l’immagine della ‘Grande Rimini’ che si estende da Bellaria a Cattolica, da San Marino al mare, dall’alta Val Marecchia alla Val Conca”); 5) la cultura che forma e informa creando nuova immagine (“due le visioni di fondo: la storia del nostro turismo è certamente un percorso culturale …”, ma “Rimini si caratterizza anche per un notevole dinamismo nel campo della creatività e della produzione culturale. Si tratta di un patrimonio e di un potenziale relazionale su cui vale la pena di investire”).
La mia è una sintesi estrema di un documento di oltre 160 pagine (che presto diventerà un libro), in ognuna delle quali ci sono riflessioni e proposte di grande interesse. Molte di queste idee sono state richiamate dai candidati del centro-sinistra alla recenti primarie per la scelta del Sindaco di Rimini. Bene, ma proprio nell’ottica del Piano Strategico, di condivisione delle scelte, sarebbe quanto mai utile ed opportuno che queste proposte divenissero patrimonio comune di tutti i Riminesi. In fondo, il futuro lo dobbiamo costruire per noi stessi.
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