Ebbene sì, lo confesso: se non fosse che ogni gesto che enfatizzi il 150° dell'Unità d'Italia è uno schiaffone in faccia a certa cialtroneria leghista, forse mi appresterei a festeggiarlo più sobriamente. Magari limitandomi ad assistere – come farò fra qualche ora – alla proiezione di “Noi credevamo” nel grazioso teatrino di Montefiore e ad esporre il tricolore a una sola delle finestre di casa mia. Ho invece speso un piccolo patrimonio in bandiere, che ho usato sia per ornare le finestre visibili dalla strada che per regalare a destra e a manca. Come se non bastasse, io che non sopporto di restare sollevato nemmeno dieci centimetri da terra, ho avuto l'arditezza di arrampicarmi su di una scala malferma, prima per applicare una piccola bandiera all'antenna del mio ormai arrancante fuoristrada, poi per issarne un'altra, più grande, sulla cima del “palo toponomastico” posto all'inizio della stradina che porta da me, in mezzo ai greppi; adottando in entrambi i casi una procedura di fissaggio di mia invenzione, che sarei quasi tentato di brevettare per dimostrare che “gli umanisti”, quando vogliono, riescono a piegare al primato della “fantasiosità” perfino le regole della tecnica.
In questi giorni mi è tornato in mente, con emozione, il centenario del 1961. Frequentavo la seconda media e la compianta professoressa Biotti Cananzi – madre incolpevole di quel geniaccio scavezzacollo di Paolo Cananzi – ci condusse, faticosamente incolonnati, in Piazza Cavour a salutare l'arrivo di una carrozza d'epoca, trainata da quattro cavalli, che in quei giorni percorreva simbolicamente lo Stivale da un capo all'altro.
Credo di aver compiuto in quell'occasione il primo gesto di sia pur inconsapevole “contestazione politica”, trascinando anche altri miei compagni a rompere il rigido protocollo che, conforme alla natura “classista” della scuola di allora, prevedeva che la nostra sezione fosse l'ultima a ricevere dalle mani del postiglione la busta con il francobollo e lo speciale annullo del centenario.
All'epoca vi era infatti a Rimini una sola scuola media, la “Panzini”, che si articolava in sei sezioni, la cui composizione dipendeva da rigidi criteri selettivi: nelle sezioni A e C, che avevano inglese come lingua straniera, venivano collocati i figli di papà del Centro Storico e di Marina Centro; erano invece assegnati alla sezione B, dove si insegnava il tedesco, i rari figli di papà della periferia e i ragazzi che, pur residenti nelle “zone bene”, non erano però figli di papà...di chiara fama. Tutti gli altri costituivano una sorta di cascame studentesco che, in progressivo ordine di lontananza dal Centro Storico, andava ad infoltire le “classi pollaio” contraddistinte dalle restanti lettere dell'alfabeto, nelle quali si studiava francese e si potevano sfiorare anche i quaranta alunni, tanto la metà era destinata a sicura bocciatura. Io che venivo dalla Grotta Rossa – allora era piena campagna – fui destinato alla Sezione F, l'ultima in ordine alfabetico, insieme al mio fraterno amico Pasqualino Foschi (oggi valente architetto al Comune di Rimini); a nulla essendo valso, ai fini della richiesta di poter “fare inglese”, il merito di essere risultati noi due, ex aequo, i primi assoluti all'esame d'ammissione, che sarebbe stato poi abolito qualche anno dopo.
Non è per autocompiacimento che mi sono dilungato in questi ricordi, ma per spiegare la ragione che, nel solco della grande lezione morale di Napolitano, mi porta oggi a festeggiare questo bel compleanno della “nostra Italia” più con spirito di attenta “vigilanza democratica” che con gioia celebrativa. Perché sento anch'io che, senza la forza di un rinnovato “Risorgimento morale”, i nostri nipoti rischieranno di ritrovarsi nuovamente in quella scuola che tanti di noi dovettero subire da adolescenti.
È in quella direzione che sta infatti andando la fobia distruttiva della “scuola per tutti” che ossessiona quell'incolta e acida “perpetua berlusconiana” della Gelmini. È lì che condurrebbe il definitivo trionfo della spocchiosa rozzezza leghista, che ha il suo marchio di fabbrica nello sguardo ebete del Trota che ieri si strafogava di tramezzini al bar del Consiglio Regionale, ridacchiando per la bravata di avere, insieme agli altri suoi scagnozzi, disertato l'aula durante l'Inno di Mameli; con la benedizione quel che resta del Bossi padre, il dichiarato nemico dell'Italia che però non si vergogna ad esserne contemporaneamente uno strapagato ministro; ed a proposito del quale, quando lo senti in televisione, non capisci se sia più mozzicone lui, che grugnisce frasi comprensibili solo alla marmaglia che lo circonda, o il mezzo toscano che, da cafone qual è, non spegne mai, neppure in Parlamento.
Insomma, abbiamo bisogno di un “Viva l'Italia” più forte del cabarettismo culturale di gente come Zaia, il presidente leghista del Veneto che, forse per attenuare l'ingiustizia di dover essere conteggiato fra gli Italiani, ha deciso di firmarsi “alla veneta”, Xaia: per dirla nel suo comico idioma, una mexxa stronxata.
Piccari non è il "solito notista" politico - la frequentazione con il mondo dei partiti risale a qualche decennio fa - bensì la penna più brillante e "provocatoria", se in politica possiamo parlare ancora di sana provocazione, dell'intera provincia riminese.
Per i lettori del nostro sito confezionerà ogni 15 giorni la sua specialissima lettura dei fatti, o non fatti, di questo non facile territorio. Inforcate gli occhiali e buona "visione".
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