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Nando Piccari - Invece Renzi s'è ammazzato di lavoro...
Domenica, Novembre 23, 2014
   
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Nando Piccari - Invece Renzi s'è ammazzato di lavoro...

Ci dev'essere rimasto parecchio male il ministro La Russa nell'apprendere cos'è successo all'indomani della rapida incursione a Rimini per il raid di sostegno alla corsa a sindaco del suo antico camerata Renzi. Sospinta dalle amorevoli pagine della “tata Voce”, aleggiava ancora nell'aria l'eco della sua gutturale insinuazione secondo la quale in questa città si farà poco o nulla contro la prostituzione, almeno fino a che non arrivi a governarla il podestà Gioenzo di Borgo Marina, portandovi in dote quei rinforzi governativi, in agenti e mezzi della sicurezza, che solo allora i riminesi avranno dimostrato di meritare. Quand'ecco che, per sfortunata coincidenza, a mandargli in barzelletta la ridicola profezia ci si è messo quel geniale poliziotto di Oreste Capocasa; il quale, solo poche ore dopo, provvedeva a decapitare in un sol colpo il giro dei magnaccia che aveva ripreso a imperversare in Riviera. Non c'è che dire: una rassicurante dimostrazione del fatto che la Repubblica Italiana, potendo contare sul valore di “servitori” della tempra dell'attuale Questore di Rimini, riesce ad affermare il suo primato nonostante “l'incidente di percorso democratico” che oggi la fa essere sgovernata dai La Russa e dagli Alfano, ministri di un governo che, ad onta di tanto becero blaterare di “sicurezza”, taglia alle forze dell'ordine non solo gli organici e le indennità, ma anche i mezzi e perfino il carburante.

Non è un caso che Renzi abbia chiamato proprio La Russa ad involgarire un po' di più la sua campagna elettorale, così da renderla gradita a Pini-Piloni, il guru che lo ispira da Forlì. Il nano-ministro della “guerra dei bottoni”, infatti, aveva aperto già a Milano la saga berlusconiana della trivialità con quella frase fascio-maschilista sulle «donne racchie del PD» (il che, detto in presenza della Moratti, assomiglia molto al classico “parlar di corda in casa dell'impiccato”).

Qualcuno sta dicendo e scrivendo che quella tuttora in corso a Rimini sarebbe una campagna elettorale senza esclusione di colpi, anche al di sotto della cintola. Non è del tutto esatto. Al primo turno, la maggior parte dei dodici candidati sindaco (così come continua a fare Andrea Gnassi al secondo) ha cercato di parlare dei problemi e del futuro della città; solo Renzi – telediretto dai pasdaran de “La Voce”, che si son dati la missione di diffondere lo sgrammaticato verbo del mullah leghista di Forlì – si ostina a mettere in cima a tutto l'attacco personale al suo avversario, in gran parte incentrato sulla paranoica domanda “che lavoro fa Gnassi?”

A sorreggere questa domanda c'è più di una mostruosità. C'è la malafede (anzi, la mala...Voce) di chi prima scrive che Gnassi si sarebbe inventato un'inesistente Partita IVA quale “strumento di lavoro” degli ultimi anni, quando ha cessato il suo mandato democratico di Amministratore Pubblico, svolto fino ad allora a tempo pieno, e ha iniziato la libera professione; salvo poi – sempre la “mala Voce” – di fronte alla fotocopia di quel documento arrampicarsi sugli specchi per riuscire a non chiedere scusa. Ma c'è anche il becero pregiudizio qualunquista di chi pensa che “fare politica”, perfino nella forma del pubblico amministrare, sia un'attività “dopolavoristica”, alla portata di tutti, senza bisogno di alcun particolare talento, né di fatica, applicazione e studio. Tutti requisiti ai quali – per i ruoli pubblici di un certo livello e per tutta la loro durata – va invece aggiunto pure quello dell'impegno esclusivo e a tempo pieno. Come ha fatto Andrea Gnassi, che eletto Consigliere Regionale quando ancora era studente non dovette “sospendere” alcun lavoro; ma esattamente come ha fatto anche Renzi (e qui sta la mistificazione!), che imbucatosi in banca al tempo in cui “la spintarella” era pressoché d'obbligo, da Consigliere Comunale ha prima “fatto vacanza” (giustamente) in ognuna delle innumerevoli volte in cui la legge glielo ha consentito; poi (ancora giustamente) ha salutato definitivamente la sua banca dopo esse stato eletto Consigliere Regionale.

Con l'ossessività che ha spesso trasformato in maniacali tormentoni i suoi “quesiti politici”, quella domanda Renzi se lo pone ormai mille volte al giorno: al mattino a colazione (“Cavolo, questo caffè è amaro! Ma che lavoro fa Gnassi?”); in strada, se incontra un amico (“Ciao, come va? Ma che lavoro fa Gnassi?”). Per non parlare poi della sera, quando finalmente va a letto: indossato il pigiama d'orbace con fez e pantaloni alla zuava, si fa il saluto romano di buonanotte allo specchio e, dopo aver declamato l'appropriato motto mussoliniano «Lavoratore, ricorda che anche tu sei soldato, che il tuo lavoro è la tua trincea», si ripete per l'ultima volta: “Ma che lavoro fa Gnassi? Io me ne fregherei di saperlo, ma è Pini che mi tormenta”.

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