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> Rimini 2011, Luisè ed il 150° dell'Unità d'Italia
Sabato, Dicembre 20, 2014
   
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Rimini 2011, Luisè ed il 150° dell'Unità d'Italia

Quando finiranno le celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia, il volume Rimini 2011 edito da Luisè non sarà tra quelli che prenderanno la polvere sugli scaffali. Il libro, 204 pagine di grande formato con un ricco apparato di immagini, è curato dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano (comitato provinciale di Rimini) ed è certamente la pubblicazione più completa uscita in città riguardante Rimini e il Risorgimento, motivo per cui il meritato interesse che sta suscitando non si esaurirà al termine dei festeggiamenti.

Il volume raccoglie i saggi di numerosi studiosi locali – da Antonio Montanari a Moreno Neri, da Silvia Paccassoni ad Annarosa Vannoni, da Rosita Copioli ad Alessandro Giovanardi e tanti altri, tra cui naturalmente lo stesso editore Giovanni Luisè – a ciascuno dei quali è affidato un capitolo tematico che compone il mosaico della partecipazione della città agli episodi che hanno portato alla nascita dell’Italia unita.

Dopo la ricostruzione del clima dell’epoca, dal 1700 all’inizio dell’Ottocento, il libro ripercorre gli eventi che hanno posto Rimini in primo piano nella storia che andava a compiersi. Ecco allora il “Proclama di Rimini” del 1815 lanciato da Gioacchino Murat. In realtà il testo è doppio, in quanto Murat divise il suo appassionato invito ai soldati e agli italiani. In quest’ultimo il tono e le parole sono più che eloquenti: «L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama in fine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: l’Indipendenza d’Italia». Il saggio, composto da Alessandro Buda Hardy, non manca di ricordare che gli originali dei due proclami sono conservati nella Biblioteca Gambalunga.

Un altro episodio fondamentale per la storia dell’epoca (e riportato nello scritto di Giovanni Rimondini) è la cosiddetta “Battaglia delle Celle”, svoltasi vicino al cimitero di Rimini in cui il 25 marzo 1831 un manipolo di soldati italiani, tra cui anche alcuni patrioti della città, affrontarono gli austriaci. L’esito non fu positivo e la Romagna, che aveva tentato di sottrarsi al Stato pontificio, tornò sotto il dominio del papa.

Ma il combattimento ebbe un significato simbolico: mostrò agli italiani che era possibile ribellarsi, anzi era doveroso insorgere contro gli invasori stranieri e farlo con le proprie forze, senza aspettare l’aiuto di eventuali alleati. Rimondini cita “Una notte a Rimini”, il primo scritto politico di Giuseppe Mazzini che riportava, appunto, l’episodio della Battaglia delle Celle.

Giovanni Venerucci, Enrico Serpieri, Raffaele Tosi sono tra le figure più note e celebrate di riminesi risorgimentali e ad essi sono dedicati altrettanti saggi del libro di Luisè, ma meritano un cenno gli originali capitoli firmati da Silvia Paccassoni e Annarosa Vannoni. Le due studiose dedicano i loro scritti a due aspetti apparentemente secondari del periodo, l’arte figurativa e la musica, svelando il ruolo significativo svolto dalla cultura nel sostenere i patrioti e l’unità d’Italia.

L’ultima, ampia parte del volume raccoglie foto e descrizione dei monumenti dedicati ai caduti di tutte le guerre dal 1797 al 1918 che si trovano in provincia di Rimini. Sono 199 i materiali censiti, tra targhe, parchi delle rimembranze, cippi, cappelle votive, statue, lapidi e ricordi di vario genere.

Un monito per le generazioni presenti e future, a cui Luisè fa cenno sottolineando l’importanza della memoria nell’introduzione a Rimini 2011: «Saranno il ricordo e la memoria a non far prevalere i vergognosi tentativi di riproporre un “antirisorgimento” di cui conosciamo gli esiti nefasti e indegni. Perché li abbiamo già visti. Quando il sonno della ragione suscitò l’ignobiltà delle conquiste coloniali prima, e le mostruosità della dittatura, della guerra d’aggressione e della legislazione razziale, poi. Il ricordo e la memoria ci terranno lontani dalla ripetizione di quelle nefandezze, nella misura in cui noi non cederemo di un passo sulla strada dell’uguaglianza dei doveri e dei diritti sanciti dalla nostra conquistata Costituzione repubblicana».

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