Donata Ciavatti, insegnante viserbese da qualche anno in pensione, è vice presidente dell’associazione Ippocampo Viserba (Laboratorio urbano della memoria). Come gli altri membri di Ippocampo Donata si interessa del passato del territorio in cui vive, raccogliendo immagini e storie su luoghi, persone, fatti di Viserba e dintorni. In un libro pubblicato in proprio, dal titolo La forza del coraggio, Donata ha raccontato la storia delle donne della sua famiglia, classico esempio delle tante che nel secolo scorso hanno creato e sviluppato il turismo sulla costa di Romagna. Ringraziamo Donata Ciavatti e l’associazione Ippocampo (www.ippocampoviserba.it) per la collaborazione. Il testo che ci ha inviato, corredato da immagini storiche scattate sulla spiaggia di Viserba, narra l’evoluzione della moda balneare.
La storia del costume da bagno sulla spiaggia di Viserba
Appena arrivati sulla spiaggia di Viserba, i miei vicini di ombrellone, oggi, fanno come tutti: si spogliano. Lui resta in slip e lei in un succinto Tanga perché deve aver deciso per un'abbronzatura completa. L'abbronzatura è diventata ai nostri giorni, oltre che segno di salute, uno status symbol.
E' stata una lunga strada quella del costume da bagno, la sua storia comincia nel 1800.
Per secoli la vacanza aveva riguardato i ceti nobiliari, poi l'alta borghesia e infine la gente di spettacolo e a far vacanza si andava in campagna.
Tutti possedevano una villa in campagna.
Ma qualcuno cominciò a pensare ai benefici della talassoterapia, dell'abbronzatura e anche a Rimini si fondò uno stabilimento balneare nel 1848.
Siamo in piena età vittoriana, l'abbigliamento era regolato da norme legate al pudore che impedivano di scoprire il proprio corpo, perciò al mare, a Rimini, si andava come si andava in campagna: abiti lunghi, corpetto, ombrellino, calze, scarpe e cappellino!
Non un centimetro di pelle scoperta! I più fortunati erano i ragazzi che potevano bagnarsi i piedi.
Viserba si apre al turismo nei primi anni del 1900 quando ormai in Europa e a Rimini avanzava l'idea che bisognava riconsiderare il valore dell'abbronzatura che in fondo non era così volgare come si era creduto, che il pallore non fosse un segno di virtù e di signorilità e che finalmente alcune parti del corpo potevano essere esposte al sole.
Per di più Viserba beneficiava delle nuove mode che mandavano in soffitta le norme in uso nei primi stabilimenti balneari che volevano la separazione di uomini e donne e addirittura, per loro, prevedeva cabine chiuse da cui poter scivolare in mare senza essere viste dall'uomo.
Il costume da bagno incomincia ad avere diritto di cittadinanza, ma la sua fattura è davvero bizzarra perché consta di larghi mutandoni fino alla caviglia (o gonnelloni con sottoveste, lunghe casacche con maniche a sbuffo fino al gomito, cuffiette di stoffa, calze nere e scarpette).
Non meglio stavano gli uomini chiusi in una lunga tuta di maglia a maniche lunghe.
Poi si cominciò ad accorciare. I mutandoni arrivarono al ginocchio, sparirono maniche, calze e scarpe e si cambiò il tessuto che dalla maglia pesante passò ad una più leggera e aderente.
Le cartoline spedite nei primi anni del '900 che raffigurano i bagnanti sulla spiaggia di Viserba bene ritraggono il costume femminile.
E' l'ora del bagno. L'allegra compagnia, non distante dalla riva sta accucciata in acqua.
E' festa per i bambini, due Signore li controllano.
Una è immersa in acqua con tutto il suo abito, l'altra mostra interamente il suo costume da bagno composto da pantaloni che escono da un abito che arriva sotto le ginocchia.
È stretto in vita da una cintura che fa pendant con la bordatura dell'orlo e l'ampio collo da marinaretto. L'abito poteva essere blu, rosso o nero ;la fantasia del modista aveva lavorato applicando righe bianche e rosse oppure bianche e blu, il tessuto poteva essere di cotonina.
Da notare come mentre la moda castigasse l'abbigliamento delle Signore, gli uomini già avevano scoperto gambe e torace.
A poco a poco la moda si fa audace la tunica marina si accorcia ancora e diventa scollata.
Agli uomini e ai ragazzi tocca e toccherà per un tempo lunghissimo, un costume intero sicuramente di lana che in acqua si inzuppava, si allungava, pizzicava diventando un notevole impaccio, ma era vivacizzato da una serie di righe nere o bianche, verticali o orizzontali.
In Francia una irriverente stilista, Coco Chanel, lancia nel 1915 una nuova moda da spiaggia molto osè: pantaloncini corti con il ginocchio scoperto e busto scollato.
Appena 9 anni prima l'America si era indignata che durante una gara una nuotatrice si era presentata con un costume intero quasi simile.
Ma ormai la strada era aperta e tutte osavano ciò che qualche tempo prima era inimmaginabile e se i benpensanti condannavano, uomini di mondo sorridevano e approvavano. La mise da mare che Marta Abba indossò nel 1930 destò scalpore ma la stampa parlò di lei e fu imitata.
Si cercò un rimedio che nascondesse tanta oscenità distribuendo sulla spiaggia lunghi accappatoi bianchi in spugna che permettevano ai bagnanti di uscire dall'acqua e coprirsi immediatamente per evitare scandali. E questo succedeva ovunque, anche a Viserba.
Si continuò scoprendo l'ombelico destando puntualmente la reazione delle autorità, fino a che Ester Williams propose al mondo attraverso i suoi film il nuovo costume di lastex che fasciava il corpo e che divenne universalmente accettato. Anche Viserba si adeguava alla nuova moda, e se il costume da bagno restava di lana con tutti gli inconvenienti che comportava, a poco a poco le signore all'avanguardia cominciavano a mostrare il loro corpo.
Donata Ciavatti
Da quel momento la storia del costume da bagno non ha più tabù e... oggi i miei vicini di ombrellone,che indossano uno slip e un Tanga sono gli ultimi beneficiari di un lungo processo di liberazione del corpo.
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