In queste sette settimane – tanto è durata la mia lontananza da Quiriviera – sono successe un sacco di cose, non solo sulla scena nazionale ma anche qui da noi. Ne voglio citare una sola, che mi fa venire in mente il film di Vincenzo Salemme “Baciato dalla fortuna” ; e capirete perché.
Lungi da me, naturalmente, l'idea di sottovalutare i tanti aspetti negativi della situazione fognaria di Rimini, uno dei quali è senz'altro l'inevitabile apertura delle paratoie del depuratore in caso di temporale, con quel che di spiacevole ne consegue in mare. A scanso di equivoci, e per tacitare preventivamente chi non trovasse di meglio che eccepire sulla mia “biografia politica” per polemizzare con ciò che scrivo, aggiungo che i tre anni da Vicepresidente della Provincia con delega all'Ambiente, obbligano anche me a prendere un pezzettino di responsabilità per non essere riuscito a “imporre a chi di dovere” i necessari investimenti a quel tempo.
Leggendo certe notizie di questi giorni, però, provo un gran sollievo per averla scampata bella in tutta la prima parte della mia vita. E mi spiego. Quando ancora il grande Sindaco Walter Ceccaroni non aveva iniziato ad essere vilipeso dai democristiani con l'accusa di “buttare a mare i miliardi” per voler dotare Rimini, chissà perché, di impianti di depurazione, succedeva che il “contenuto fognario”, che oggi va occasionalmente in mare per qualche ora quando piove molto, a quel tempo vi confluisse 24 ore al giorno, per 365 giorni all'anno; con l'aggravante che a nessuno veniva poi in mente né di disporre, né tanto meno di chiedere, il divieto di balneazione.
Chi ha la mia età ricorderà bene il nerastro dell'acqua putrida dell'Ausa attraversare la spiaggia antistante l'attuale Piazzale Kennedy, allietando le giornate dello stesso “regalo olfattivo” che – complice questa volta il tratto terminale del Marecchia – si ritrovava pari pari in certe sere di calura, quando ci si sedeva a mangiare una fetta d'anguria al baracchino sul porto-canale, vicino al Ponte della Resistenza.
Nelle vicinanze della fanghiglia maleodorante di quell'allora “torrente fognario” di Marina Centro ho passato le molte estati nelle quali, da studente, sono stato “un comunista al sole”; non nel senso in cui ne parla la bella canzone di Venditti, ma nel ruolo – faticoso e divertente insieme – di “stagionale del moscone a remi”.
Come se non bastasse, spesso alla sera, dopo aver “chiuso baracca” e prima di riprendere la strada verso Grotta Rossa, non disdegnavo una lunga nuotata (allora potevo permettermela così...), attraversando in andata e ritorno – sia pure un po' distante da riva – il tratto di mare, incredibilmente ritenuto “balneabile”, in cui sfociava l'Ausa.
Ma non solo: in un tempo ancora più lontano ero stato anch'io uno dei tanti bambini riminesi incoscienti che passavano ore e ore divertendosi a “spaciugare” in quella melma, sotto gli occhi di genitori altrettanto incoscienti, la cui unica preoccupazione era quella di doverci poi “passare la brusca” per lavarci e deodorarci adeguatamente.
Quando leggo dunque che quest'estate, per la prima volta in assoluto, c'è stato chi ha istantaneamente contratto dei malanni tali da meritare una “diagnosi giornalistica”, prima ancora che medica, per essersi bagnato all'indomani del temporale in un breve tratto di mare che non aveva ancora del tutto smaltito il “regalo” dello sversamento da depuratore, non posso fare a meno di chiedermi: chissà se quella volta eravamo noi ad essere più robusti o erano i colibacilli ad essere più distratti?
Poi mi viene però la malizia di pensare che la differenza è sì dei colibacilli, ma nel senso che non erano ancora così furbi da aver imparato come si fa ad andare sui giornali.
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