Credo sia capitato a tutti d'imbattersi in qualcosa che fa dire, fra il serio e il giocoso: “Ah, se avessi saputo che finiva così! Avrei mandato tutti al diavolo!”
Non mi riferisco allo sconcerto per questo Paese impoverito e impaurito, che un tronfio ciarlatano ha ridotto a zimbello di un'Europa a cui si deve ora chiedere aiuto col cappello in mano. È questo uno sconforto che assale in modo particolare chi, tanti anni fa, decise di rinunciare ad altre prospettive esistenziali per “abbracciare” l'impegno politico totalizzante, sospinto dalla gratificante convinzione di poter contribuire, foss'anche per un tratto infinitesimo, a rendere migliore il futuro dell'Italia. E che magari viene oggi accusato di “non avere mai lavorato”, vuoi dal disorientato vociare informatico di chi pensa che la vita sia solo un blog, o dal più asino dei suoi compagni di scuola che però ha fatto i soldi e quindi si sente autorizzato a esternare sgrammaticate stupidaggini, o dalla becera canea del grillismo cialtrone.
No, ci vuole qualcosa di molto meno greve perché insorga un amarcord sul filo dell'ironia e dell'autoironia. Come mi è capitato alcuni giorni fa, leggendo che all'aeroporto Fellini hanno allestito la “vip lounge” per soddisfare l'irrefrenabile bisogno di ostentazione di se stessi dei ricconi russi che ormai rappresentano buona parte delle fortune del nostro turismo. Non ho nulla, sia chiaro, contro l'iniziativa intrapresa da quella volpe sorniona di Massimo Masini, che fa benissimo a trarre profitto assecondando la “sboronaggine” dei nuovi magnati dell'ex “impero del male”, oggi divenuto possedimento dittatoriale “dell'amico Putin”. Va inoltre a merito di Masini – “liberal” fin che si vuole, ma pur sempre di sinistra – consentire che anche i “non paperoni russi” possano calpestare il “red basic” pagando il dovuto obolo.
Il mio è un disappunto a posteriori, che mi assale immaginando che qualcuno di questi “Russi del tappeto rosso” possa essere stato uno di quei “Russi con la bandiera rossa” (o esserne il discendente), che fino a vent'anni fa si facevano rigorosamente chiamare Sovietici ed erano i soli in grado di mettere piede dalle nostre parti, in qualità di membri delle delegazioni del Partito Comunista dell'URSS ospitate dal PCI.
La federazione di Rimini aveva la “fortuna” di doversi immancabilmente sorbire una tappa di quelle scorribande burocratico-vacanziere, soprattutto per la sua vicinanza con San Marino, dove i Sovietici “sconfinavano” per ricevere dal PCS omaggi ben più “fraterni” della crescente diffidenza con cui li accoglievamo noi.
Oltre alle insanabili divergenze politiche, a rendere sgradevoli quelle visite era il fatto che le delegazioni – tranne qualche rarissima eccezione – fossero composte da personaggi ottusi e pedanti, che ci inondavano di insulse domande da cui traspariva un immancabile retro-pensiero: “Il PCI si è venduto al capitalismo!” Una convinzione che manifestavano con ancor più evidenza a Rimini, non capacitandosi di come i comunisti potessero essere al governo “laddove la classe operaia è un'esigua minoranza e il partito non possiede neppure un albergo” E noi a spiegare, inutilmente, che in democrazia valeva il voto degli elettori e non il pensiero di Lenin.
La prima volta che partecipai ad uno di quegli incontri ero appena entrato a far parte della Segreteria, con la responsabilità della “stampa e propaganda”. Anziché le scontate domande su iscritti e dati elettorali, ci arrivò un bombardamento di sciocchezze del tipo: “Quanti sono i commercianti fra i 22 ed i 34 anni? Quanti i laureati in agraria e gli autisti di pullman?”. La sfrontatezza dei miei ventidue anni prese allora il sopravvento sull'imbarazzo dei “compagni di lungo corso” e iniziai a rispondere io, sparando a casaccio dei numeri che i Sovietici appuntavano diligentemente. Alla fine il segretario Zaffagnini ricevette i complimenti dal capo-delegazione, il che non impedì a Zeno di apostrofarmi con il solito: “Secondo me tu sei matto”.
Nei primi anni '80 il via vai di delegazioni si infittì, essendo ormai rimasto l'unico canale di comunicazione fra PCUS e PCI. La federazione di Rimini ne risentì pesantemente, al punto che io, diventatone nel frattempo segretario, già ad aprile sapevo che avrei avuto ogni fine settimana estivo falcidiato da una delegazione sovietica da dover scarrozzare. Adottai così una misura che, quando l'appresero, suscitò un divertito sconcerto alla Sezione Esteri di Botteghe Oscure: a turno, ognuno dei membri della mia segreteria si fingeva il segretario.
Per la legge del contrappasso, uno di questi giorni penso dunque di tornare all'aeroporto di Miramare – del cui Consiglio di Amministrazione ho del resto fatto parte per anni – e pretendere di accedere alla “sala vip” lasciando in pagamento il mio vecchio barattolo del Caffè Lavazza pieno di patacche e distintivi inneggianti agli “eroi del socialismo sovietico”: la sola ricompensa ricevuta per oltre un decennio di rotture di scatole.
Piccari non è il "solito notista" politico - la frequentazione con il mondo dei partiti risale a qualche decennio fa - bensì la penna più brillante e "provocatoria", se in politica possiamo parlare ancora di sana provocazione - dell'intera provincia riminese. Per i lettori del nostro sito confezionerà ogni 15 giorni la sua specialissima lettura dei fatti, o non fatti, di questo non facile territorio. Inforcate gli occhiali e buona "visione".
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