Gradara, suggestivo castello medioevale a pochi chilometri dal mare, nasconde fra le sue mura tanti segreti e tesori…
Fu teatro di passioni, lotte di potere, battaglie e grandi fatti storici: ricordiamo l’amore di Paolo e Francesca consumato proprio nella Rocca dove poi troveranno la morte, come recitano i versi del V canto dell’Inferno nella Divina Commedia di Dante.
Uno dei tesori più suggestivi che si può ammirare all’interno della cinta muraria del castello è un Crocefisso di Fra Innocenzo da Petralia, collocato presso la Chiesa di S.Giovanni Battista.
La cosa più sorprendente è sicuramente la capacità dell’artista nel trasmettere la sofferenza provata da Gesù sulla croce: il Sacro Volto presenta tre espressioni colte dal visitatore posizionandosi a destra della scultura, poi al centro e infine a sinistra.
Spostandosi come suggerito, si potrà notare il cambiamento della fisionomia del viso: da un Cristo sofferente, si passerà ad un Cristo agonizzante ed infine ad un Cristo morto.
In questo modo al visitatore sembrerà di essere partecipe del grande dolore sofferto da Gesù in croce: è proprio questo lo scopo principale dell’arte del ‘600 derivante dalle direttive culturali ed artistiche della Controriforma.
Gli artisti dell’epoca Barocca diventarono il tramite di cui si avvalse la chiesa per arrivare a toccare con efficacia e immediatezza gli animi semplici dei fedeli.
La figura del Cristo doveva essere rappresentata “afflitta, sanguinante, con la pelle lacerata, ferita, deformata, pallida”, per suscitare sentimenti di pietà e di devozione. Il crocefisso di Gradara, presenta proprio queste caratteristiche.
Sicuramente realizzato nei primi decenni del ‘600, visto che l’artista nasce nel 1591 e muore nel 1648. Fra Innocenzo, frate francescano siciliano, realizzò diversi crocefissi sparsi in Sicilia e nel centro Italia, ma rimase sempre all’ombra del più noto Fra Umile da Petralia.
Anticamente il nostro crocefisso si trovava nella cappella privata della rocca dei Malatesta, dono offerto nel 1788 dal marchese C. Mosca Barzi.
La sofferenza è espressa dalle braccia e dal costato magri, dalle gambe piegate sotto il peso del corpo, realisticamente appeso, dal volto e il capo reclinato sulla spalla. Il sangue che cola in abbondanza è una caratteristica della devozione spagnola, presente nella Sicilia seicentesca.
La pelle chiara del Cristo, segno della morte imminente, si staglia su un tessuto damascato rosso porpora, proprio per suggerire la passione e la sofferenza provata.
Le braccia di Gesù non sono distese sul “patibulum” come vuole l’iconografia classica, ma pendenti, per sottolineare il peso del corpo e la conseguente lacerazione delle parti inchiodate alla croce.
Sul corpo tutte le tracce della flagellazione subita prima di essere crocefisso. I gomiti e le ginocchia mostrano chiaramente la fatica e le cadute a seguito del trasporto sulle proprie spalle della croce.
Presenta tutti i simboli tradizionali della passione: la corona di spine, emblema della regalità; la ferita sul costato inferta dalla lancia di Longino e i tre chiodi utilizzati per infiggere il corpo di Gesù sul legno della croce.
Cristo qui perde completamente la sua divinità per mostrarsi uomo: anche se sofferente è possibile cogliere la fierezza e la serenità per aver compiuto la volontà del Padre.
Il Cristo sofferente (visto da destra)
Il Cristo agonizzante (visione frontale)
Il Cristo morto (visto da sinistra)
Milena Franca, laureata all’I.S.I.A. – Istituto Superiore per le Industrie Artistiche – da cinque anni è docente di ruolo al Liceo Scientifico di Riccione.
Da alcuni mesi è una nuova collaboratrice del sito www.quiriviera.com. Grazie a lei impareremo a conoscere alcune opere del nostro territorio che nella lettura "complessiva" forse sfuggono un po'.

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